Ricreazione

 

Alla terza di campionato, quando ancora non si sa quando dove e perché, ci aspettavano a ricreazionePonte Tresa, luogo incerto, genti sconosciute e temute senza nessuna vera ragione. Un preconcetto. Il campetto era un campaccio, piccolo e pelato come un piccione vecchio. Eravamo ragazzi, da poco usciti dalle ricreazioni con il loro calcio rude e selvaggio, fatto di partitelle di dieci minuti e risultati impossibili, tipo undici a sette o diciotto a zero. Difficile trovare una quadratura su un campo normale, con maglie e numeri a pesare sull’anima. Se a scuola conoscevamo i polli e non li sceglievamo mai, in un campionato vero era come affrontare spedizioni in altre aie di contadini coi fucili spianati.

Mi ricordo che per tutto il primo tempo navigavo a centrocampo con “Andava a Rogoredo” di Jannacci nelle orecchie. Non so dire se mi distraesse o mi pungolasse, so solo che al tè eravamo avanti due a uno, con un gol del Busi in mischia e uno dell’Alfio in rovesciata, fortuna e abilità in due colpi.

Mentre canterellavo tra me e me (“no no no no non mi lasciar”), cominciò il secondo tempo. L’allenatore sembrava contento, ma non si poteva dire quanto contasse, dato che ci diede alcune dritte vaghe con la birra in mano. Ma la cosa si stava comunque facendo combattuta. Loro erano più grandi e più grossi di noi, forse un po’ lenti, ma allarmanti. Solo il Seba teneva botta davvero e su un paio di corner salvò la baracca liberando con la sua testa bionda. All’ala avevamo Gerardo, tutto finte e soliloquio tattico, un metro e quaranta maltrattati da una serie di calci che l’arbitro, come da sempre fanno gli arbitri ormai vecchi per l’arte, faceva finta di non vedere e sentire.

Poi, loro pareggiarono, passeggiando sulle nostre esili ossa. Ma Jannacci arrivò con quella frase, “dès vò a töo i mè deées chili, poi si vedrà” e lanciai sotto porta; il loro stopper, che pareva un obelisco semovente, la stoppò sul frichin, come se si sentisse Beckenbauer e non invece un pirla di frontiera. Il Seba, che aveva adocchiato per tempo la situazione, gli arrivò addosso e lo spinse in fondo alla rete insieme alla palla. Mentre quello reclamava, il nostro biondo gli rifilò un pugno nello stomaco e poi si piazzò in attesa della rissa. Che venne come grandine. Non sentivo più Jannacci perché un ceffone mi fece fischiare un treno rotto nell’orecchio destro. L’arbitro osservò, gente entrò in campo e solo dopo lungo tempo la situazione si calmò. A quel punto l’arbitro sospese la partita e ci mandò tutti a casa.

A ricreazione, tutto questo succedeva di rado.

 

gene

 

Postilla

Ma Nino non aver paura

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