Il conteggio

Era arrivato in paese con grandi pretese: sedersi, bere, parlare, farsi delle idee e scartoffiescambiarle. Solo che nessuno aveva tempo per i suoi pomeriggi a far niente e lo invitarono a trovarsi un lavoro serio, come costruire pareti o tagliare piante. Accettò il consiglio, in parte, e al mattino si mise al servizio del Comune come giardiniere, spostando a sera inoltrata le sue sedute filosofiche. Non ci capiva molto di gladioli e azalee, e nel dubbio tagliava tutto. Poi si buttava a dormire all’ombra di un tiglio o di una betulla in attesa dell’ora dell’eloquio. Fino alla fine del primo mese, spese in anticipo e a credito la paga in birre con alcuni giovani e anziani, autorizzati a perdere tempo dall’improduttività di queste due categorie.

A fine mese, al momento di riscuotere la paga, il segretario gli disse che non aveva compilato la tabella oraria.

– Devi darmi per filo e per segno i lavori che hai fatto e il tempo che ci hai messo – disse quello, serafico come se si trattasse di spulciare un cane.

E visto che l’altro pareva non capire, aggiunse perentorio: – Un conteggio!

Passò una giornata ricostruire il numero di gladioli falciati – sui trecentoquaranta, stimò – e di azalee strappate – non sapeva bene, buttò là tre dozzine. Ore? A occhio.

Il segretario lo pagò, esclusa la fatica di stendere quella specie di breviario.

Saldò il conto del bar, salutò i giovani e gli anziani.

– Il lavoro va bene, ma calcolare il lavoro è troppo faticoso.

E sparì, portando via bevute, discorsi, idee e la mezza paga rimasta.

 

gene

 

Postilla

In ogni burocrazia, le scartoffie aumentano man mano che si passa sempre più tempo a fare relazioni sul sempre meno lavoro svolto. La stabilità è raggiunta quando si passa tutto il tempo a fare relazioni sul nessun lavoro svolto.
Arthur Bloch, Legge di Cohn, La legge di Murphy II, 1980

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