La Porta del Sud si apre davanti e noi scendiamo imbizzarriti col motorino, incurvandoci sulla strada del Gottardo. Tutta la Leventina è un incanto con le sue grandi case di pietra che sembrano fare a gara con le tremende montagne per arrivare al blu del cielo. Qua e là si vedono cantieri disabitati perché gli operai in agosto tornano alle loro terre, quasi tutte nell’Italia meridionale. La Monteforno invece non s’arresta, ne scorgiamo i fumi oltre il cielo velato di Bodio. Biasca ci osserva severa e ribelle, a guardia delle Tre valli.
Lungo la sponda destra della Riviera non ci sorpassa nessuno e le praterie sembrano spingere contro il fianco della valle paesi come Iragna, Lodrino, Preonzo. Attraversiamo un vecchio ponte in ferro sul Ticino, verso Claro, avvolti da un forte afrore di fieno fermentato. Il passaggio a livello ci ferma per lunghi minuti. A Castione, la periferia della città comincia a intravvedersi, preceduta da altra campagna.
A Bellinzona, con una birra da 1 franco, si sta seduti come forse fanno a Siena o Marsiglia. Il Piano di Magadino sembra lungo cento chilometri, tra coltivazioni di pomodori infuocati e grano che aspetta di ingigantire. I motorini sono in riserva e solo a Gordola troviamo un distributore, con un signore che ci offre un gelato quando diciamo che arriviamo da oltre le Alpi.
Poi, Locarno, una magia arroccata a un passo dal lago, ai bordi di una piana quasi paludosa e vuota. È il Delta della Maggia. Incredibile come in questo luogo convivano città e campagna e il piccolo agglomerato di Solduno sembra discosto come uno di quei posti patagonici raccontati da Coloane.
Girare a Ponte Brolla verso la Valle Maggia è come aprire il refrigerante. La strada infila altri paesi con la gente nelle piazzette a prendersi cura della vita. Una gazosa al mandarino, che da noi non esiste, e ripartiamo, sorpassati piano dalla Valmaggina che sembra darci un benvenuto.
Da Cavergno, però, molti Saurer e Berna, gialli, invadono la strada della Bavona e ci tocca accostare un sacco di volte. Sono i lavori alle dighe, ci dicono, necessari con la loro promessa di benessere e di impiego. Torme di bambini e bambine sbucano dai boschi e ci salutano. Una s’imprigiona nella rétina, mora e lucente.
Impolverati e coi sensi all’erta, arriviamo a San Carlo, gli occhi pieni di sabbia e di immagini d’immense rocce e minuscole case. Il sasso è tutto.
Sotto un cielo stellato che forse solo negli oceani si può pareggiare, chiedo a Ludwig dei suoi pensieri. Non c’è un paese così bello, mi risponde. È vero, il Ticino è incredibile, tanta terra, montagne maestose, acque infinite e niente traffico o distese di case nelle pianure. Studenti come noi, con le tasche vuote, trovano da mangiare e da bere per cinque franchi, la gente ci sorride e nel cuore sappiamo che questa terra così ospitale e dolce non cambierà mai, che il progresso non sfregerà il suo candore.
Tra cinquant’anni sarà ancora così, perché la bellezza non sfiorisce. Torneremo sempre. Magari ci sarà la bambina mora e lucente e io la sposerò anche se sarò solo un vecchio freak.
Lothar e Ludwig, agosto 1965
gene
Postilla
Assai mi piacciono le chiare fonti
i cieli azzuri e gli altri monti
Canto popolare
