Aurora dita rosate aveva ceduto il passo alla gloria del sole. Con gli otri quasi vuoti, Adelmo
e Maddalena giunsero al Bagno, ultimo pozzo prima dell’erta verso il Passo dei Profeti, cosiddetto per la leggenda di una falange intera precipitata di sotto nonostante l’avviso dei tre saggi, che in quel terribile posto vivevano di spirito e preghiere per i naviganti dispersi.
Qualunque cosa attendesse i due amanti, a loro non importava; quella era la strada per il ritorno e l’avrebbero percorsa tutta, pagando ogni prezzo, se fosse stato necessario. Non avevano forse conquistato Lexio con il braccio e la seduzione, appena due giorni avanti? Non avevano forse aggirato il Gisso con l’astuzia e conquistato il palazzo di Re Elietto con la forza?
La petrosa Agarizio era la Patria anelata, terra di fieno che sfida la roccia e armenti che dell’equilibrio sono maestri, capaci di sorvolare burroni. Adelmo era partito dieci anni prima, solitario alla ventura, inseguendo chimere. Ma Agarizio non aveva mai smesso di chiamare, con flautata voce di sirena, fino a farsi di nuovo irresistibile, schiava del terribile Orocco Palmato, assassino bestiale.
Adelmo ora tornava, non più solo, ma con Maddalena, regina strappata alle angustie di un regno oltre le Colonne d’Ercole, immalinconito nella decadenza.
Ma la strada non era ancora breve. Oltre il Passo dei profeti sarebbero discese le pietre, a migliaia, scintillanti nel loro eterno franare una volta libere dalla morsa gelida dei ghiacciai; più giù, oltre i Piani di Preda, frondosi di alni, si sarebbe distesa Cusallo, prateria ammantata di galban e sgiopp fino al’orlo della terribile gola a strapiombo, tagliata da un sentiero largo un piede; tra i faggi e il pericolo di imboscate, sarebbero giunti a Garina, terra di mezzo e avamposto di Agarizio. Poi sarebbe stata la resa finale. Se Zeus avesse voluto.
Al Passo dei Profeti, mentre si dissetavano, si materializzarono i fantasmi della Falange Perduta, un incantesimo che Maddalena affrontò con lo Sciulello dai Sctrii, zufolo in legno donatole dal pittore Francesc quando, lei, ancora in fasce, lacrimava dalla culla e la madre disperata pensava le morisse lì. Adelmo aveva già alzato lo scudo, pronto allo scontro, ma non servì, la Legione si dissolse al suono lacerante dello Sciulello.
L’Ariete Bifronte di Cusallo caricò tra gli alni verdi ma Adelmo gli mozzò uno dei quattro corni, sapendo dell’avvertimento atavico che ripetevano nelle notti accanto al fuoco. La bestia si fece di pietra e poi si sgretolò ai suoi piedi, come cenere in un campo.
S’accamparono a Garina e fecero l’amore, per ingraziarsi gli dèi e per il piacere terreno del respiro caldo. Ritemprati, mangiarono e bevvero dalla sorgente della Serra, acqua benedetta da Afrodite. Guardarono Agarizio, ancora lontana ma già brillante di bellezza. Gli armenti pascolavano nell’intensità del verde. Di guardia, l’ultimo e più grande nemico: il malvagio e infernale Orocco Palmato, uomo-uccello dalla rapidità della tigre e dalla mole del bufalo, insensibile al sesso e alla pietà.
Se l’arte della seduzione nulla avrebbe potuto, meglio lasciare Maddalena a Garini, al riparo delle fronde. Adelmo la baciò come si sfiora una rosa e si avviò con lo scudo a tracolla, una fiaccola accesa nella mano destra e la daga nella sinistra, avvolto nell’aura dell’eroe che s’apprestava a diventare.
L’Orocco Palmato fiutò e si volse quando Adelmo apparve sul motto del Cagello, come vento di tempesta. Spostò le pecore in gruppo a lato dello stallino decrepito, con la calma di chi non teme ombre. Ma l’ora dell’Ade avanzava nel meriggio. Quando l’essere si lanciò divorando la distanza, Adelmo aveva tremato un solo istante, lungo come il piacere e gelido come la grandine. Quando l’Orco gli si avventò con l’ultimo balzo ferino, fece la sola mossa possibile, buttarsi a terra in avanti, tra gli arti palmati dell’avversario. Per un istante poté vedere lo stupore sull’orrendo viso, mentre l’Orocco Palmato lo sorvolava e poi precipitava nel burrone che apriva la bocca nell’attesa da consolare. Dopo un volo interminabile concluse la sua abiezione infilzato in un tronco di larice pietrificato dal fulmine.
Adelmo chiamò Maddalena, che con passo divino lo raggiunse all’entrata di Agarizio. Dieci anni d’esilio, scontati e riscattati. Varcarono la soglia, entrarono nel tempio, pavesato di gloria eterna e s’amarono tremanti come la prima volta.
gene
Postilla
Seguirà la verità, che come in ogni Odissea si nasconde nella follia.
