Alla porta est della città, s’imbrattano di terra, raccolgono lumache. Sono i miei figli, che
sono miei solo per il contributo dato alla loro mamma nel generarli. In effetti non sono miei, non mi appartengono e lo sanno. Fanno quello che vogliono, nudi o vestiti, di sera o di mattina. Crollano nel sonno all’ora che a loro pare, si svegliano già pronti per le loro operazione di ribaltamento della logica (la nostra), mangiano quando ne hanno voglia. A volte scorrazzano assieme alla ricerca di qualcosa che non so, a volte soli nei canneti a inseguire rane o chissà cosa. Tornano inzaccherati, si buttano nell’amaca e volteggiano, o leggono fumetti sdruciti. Portiamo loro vestiti puliti, ma con la sensazione di essere invasori; loro li infilano e poi li tolgono se sono d’ingombro nell’arrampicata verso nidi altissimi. Il loro territorio è indefinito, scavalcano recinti, guadano torrenti, si accampano in prati incolti. Non possiedono, non sono posseduti, rilasciano serpi, inseguono topi e palloni. A volte, li chiamo con un fischio, al quale rispondono presente dopo ore o subito, dipende dall’impegno. Mentre la mamma e io scartabelliamo o vanghiamo, loro chiedono cosa è questo e quello. Giocano a mestieri ignoti, sghignazzano quando imitano sarte e postini. Dipingono bidoni e li percuotono, intonando nenie sgangherate e struggenti. Spaccano staccionate per assemblare barche non naviganti; calpestano la terra, la sollevano, la traforano, impastano ipotetiche polpette. Con due grilli fanno un’olimpiade, con il gatto esplorano comportamenti. Vivono tra acqua e terra, sole e pioggia, tutti elementi di un disordine formidabile che non comprendiamo. I confini sono assenti, il tempo inesistente. Colgono occasioni invisibili a noi. Non si ammalano e non si governano. Accettano carezze e baci solo se non intralciano una corsa o lo smembramento di un copertone. Fanno a gara con galline brade e altri bambini domestici, senza vincitori o premi. Più in là, metallica, si srotola l’autostrada.
gene
Postilla
L’infanzia mostra l’uomo, come il mattino il giorno.
John Milton
