tuttologia in direzione contraria

L’attesa

Aspettava lo stipendio fermo davanti al bancomat. Con la pazienza armata da una vita clessidraintera di attese, di diventare grande, che arrivasse Natale, che la ragazza lo guardasse, che giungesse la palla buona, che piovesse, che nevicasse, che leggessero le sue storie.

Digitò il codice, ancora niente, ritirò la tessera e rimase davanti al marchingegno, aspettando.

Pensò all’infinità di ore passate aspettando di essere ricevuto o di vedere il suo amore, o anche solo un lavoro che gli sarebbe piaciuto. Aspettò di fianco al letto d’agonia di sua madre. Aspettò il perdono e la colpa. Aspettò che finisse qualcosa, la giornata o la punizione. Aspettò l’occasione buona, una telefonata, un treno e pure che scendesse la febbre. Aspettò i ritardi degli altri e i suoi. Giunse in anticipo al mondo, in cima al pizzo, in pizzeria.

Digitò il codice, ancora niente, ritirò la tessera e rimase davanti al marchingegno, aspettando.

Pensò al pericolo scampato per aver corso in avanti precedendo la morte stessa. Attese il suo turno, per votare, per mangiare, per parlare, per festeggiare e per maledire. Attese visite e convocazioni. Aspettò perfino che tutti fossero comodi e alla fine rimase in piedi solo lui. Fece la fila per il pane, per la legna e per un ciao. Aspettò che sorteggiassero il suo numero, a tombola e dal macellaio. Giunse in anticipo sul suo dolore, sulla comprensione, sulla sconfitta.

Digitò il codice, ancora niente, ritirò la tessera e rimase davanti al marchingegno, aspettando. E si era fatta notte, senza che si arrendesse al fatto che le banche erano già chiuse e che di transazioni non ce ne sarebbero state fino al giorno dopo.

Il mattino era di nuovo lì, attese che una donna svolgesse le sue operazioni; poi si avvicinò al bancomat, digitò il codice. Ancora niente, come ieri e probabilmente come domani. Prese la pistola e sparò allo schermo. Quando giunsero i gendarmi, alla grondante stupidità della domanda su cosa stesse facendo, rispose che li stava aspettando.

 

gene

 

Postilla

Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa.
Jules Renard


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