tuttologia in direzione contraria

La disdetta

munch

L’imponderabile calò su Ana. Si era appena seduta di fronte alla scrivania disordinata di quel direttore pieno d’energia, ma sfuggente nelle parole necessarie alla chiarezza.

– Occorre una disdetta – disse lui abbassando gli occhi.

– Cosa intende? – chiese lei, ancora ignara.

Squillò il telefono, un fatto che in ufficio di solito è una seccatura e invece parve sollevare il direttore dall’imprecisato imbarazzo.

– No no, dimmi pure – fece lui alla cornetta, accennando a Ana con la mano libera di pazientare un attimino.

Lei che ascoltava sì e no, per coltivata educazione, intese che si trattava di qualcuno della sua famiglia, forse la moglie, la madre, il fratello. Si dilungò, il direttore, a spiegare bene dove si trovasse una tal cosa, forse dietro la radio, o sotto il Piccolo Principe appoggiato sul tavolino basso del salotto, magari infilato nel Trattato di psicologia, o addirittura nella tasca posteriore dei pantaloni da montagna, quelli beige.

Intanto Ana, senza spazientirsi, stava pensando a come risolvere il disagio di un suo paziente bipolare e, visto che il direttore si era messo a spiegare all’interlocutore telefonico a proposito di una questione pianificatoria, aveva buttato giù un paio di appunti sul suo taccuino.

– Queste telefonate… – disse il direttore, mettendo giù. – Senti Ana…

In quell’istante, transitò nell’ufficio una certezza indefinita di imminente catastrofe. Ana la vide incollarsi al bel viso del direttore, come una Maschera di Ippocrate. Si preparò al peggio, qualcosa come una confidenza su una malattia inguaribile, o un terribile lutto che lo avesse colpito.

– Si sente bene direttore? Cosa intende per disdetta?

Lui trasse un foglio da una cartella, simile a quelle che lei vedeva trent’anni prima negli uffici statali della sua provincia sudamericana e che non promettevano nulla di buono.

Le passò il foglio, Ana lesse impassibile.

– Che significa tutto questo? – chiese, impallidita.

Il direttore prese fiato come se si accingesse a un’immersione in mare.

– Significa che purtroppo dobbiamo interrompere il nostro rapporto di lavoro.

La Maschera di Ippocrate era passata sul viso di Ana. Il taccuino le cadde di mano. Nessuna parola si affacciò alle labbra e solo dopo interminabili attimi osò balbettare.

– Lei mi sta licenziando…

– No, è una disdetta. Mi serve una tua firma, sotto la mia.

E Ana firmò la disdetta del rapporto di lavoro, ancora fedele alle parole di quel direttore che tanto ammirava senza pensare alla differenza, per lei, tra una disdetta e un licenziamento.

– Posso tornare al lavoro?

– È meglio che raccogli le tue cose entro mezzogiorno, non vorrei problemi col resto del personale, capisci vero?

No, non capiva. Dieci minuti prima era alle prese con il suo lavoro e ora il vuoto? Non capiva. Abbassò il capo, si alzò e uscì senza la forza di salutare, mentre il direttore componeva un numero, probabilmente quello di chi comanda davvero e manda avanti i sottoposti.

In lacrime, salutò i suoi pazienti che forse non capivano del tutto.

Alle tre del pomeriggio era al bar, sola, con quella disdetta piantata nel cuore. Si sentì straniera come il giorno di trent’anni prima quando scese dal treno senza lavoro, senza soldi, senza niente, ma con un futuro immaginato e una speranza. Ora più niente, nemmeno guardando nel bicchiere. Nello stesso momento, il direttore digeriva il pranzo e il piccolo peso sull’anima.

 

gene

 

Postilla

Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi.

Joseph Conrad


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