tuttologia in direzione contraria

Nera – Incipit

L’incipit del racconto in uscita a giorni e che stasera (venerdì 2 dicembre) presenteremo con il collettivo Arbok Group al Barbacan di Solduno. La copertina è realizzata da Gabriele Zeller, con una delle sue mirabili visioninera-copertina

Nera che porta via, che porta via la via (F.D.A.)

L’acqua è furba, dice il Bau sollevando una pioda del tetto. Ci infila una scaglia e spiega che così si devia il corso misterioso delle sue gocce. L’acqua la incanali come la vita, la argini, la sotterri, la devii, la opprimi; poi, quello che nei giorni di sole è un rivolo, nella tempesta reagisce svellendo tutto ciò che si oppone. E più è opposizione, più è travolgimento. La furbizia dell’acqua si dissimula in mille maschere e cela catastrofe. Nella lista dei suoi travestimenti c’è la Nera, che venne di notte perché chiara e visibile non voleva essere. Si fece sentire nelle orecchie, vibrò nelle ossa, scosse le nari con afrori di silicio e linfa, occluse sensi intorpiditi dal sonno.

Vent’anni prima, con l’erezione della diga, il corso del Fródo fu ridotto a rigagnolo prostatico con pesci decimati, vegliato da pietre ammuffite verdi e rosse o calcinate nell’aridità protratta. Nuovi posti di lavoro alla centrale idroelettrica portarono voti freschi ai sindaci, che plebiscitati si pavoneggiarono a tutte le tavole imbandite come se lo sbarramento l’avessero progettato e costruito loro con ingegno, abilità e dominio.

Non avevano fatto niente, invece, se non intascare prebende e appaltare a parentela. Prono, il popolo non obiettò, immaginando chissà quali briciole di ricchezza da riporre in dispensa. In realtà, la diga portò la dote venefica di prati inariditi, pascoli strangolati, bosco incolto e casette con giardino affacciato sul letto stazzonato del Fródo. Camosci e cervi se ne tennero alla larga da subito, scansando d’istinto la pastura grama. Solo il Rinaldo andò avanti a sfalciare per salvare dalla scomparsa il poco fieno e agitando sempre il medesimo dubbio: “O prim o dopo u végn da cólp”, riferendosi all’oceano artificiale trattenuto lassù per far luce.

Nemmeno nei giorni più tumultuosi, quando il cielo si oscura di pensieri, ingrossa la voce e si strizza i panni, nemmeno in quei giorni il Fródo, incatenato e ammutolito, si scuoteva. Dalle finestre delle casette si guardava l’agitazione della natura, come si guardano le stragi al telegiornale. Uno spettacolo. Anche dalle nostre vetrate, anch’io. Poi andavamo a letto.

Pure la notte della Nera. (…)

 

gene

 

Postilla

Passano anche le camere d’aria con ruota, pensai.

g.


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