Vedrete, un giorno, disse Amarancio a voce alta dentro la catapecchia di fango. Vituperato
dai giudizi sul suo mestiere, ancora pensava al riscatto, al muro perfetto che avrebbe occluso viste e ammutolito lingue dal tanto stupore. Il problema è che ormai non lo faceva lavorare più nessuno e hai voglia ad affannarti nel costruire esempi di ciò che sai fare. Amarancio si spellava le dita dall’alba al tramonto, ma nessuno comprava e tantomeno pagava. Gli tagliarono luce acqua e gas e rimase la casupola di fango, con l’acqua del torrente a mezzo chilometro e un focolare senza canna che faceva lacrimare allo spasimo. Nessuno chiamava, alcuni rispondevano che grazie no, non abbiamo bisogno, e si affidavano ad altri più governabili e prostrati.
Amarancio si stufò di pillole di muri e si avviò in quello spicchio di deserto abbandonato come terra di nessuno, ne trasse le pietre, le ammonticchiò, le tagliò simmetricamente e diede il via alle operazioni. Con la malta che si seccava all’ardore del sole, in cinque mesi eresse un muro lungo dieci chilometri e alto cinque metri che divise il niente dal nulla e dal quale non passava nemmeno un raggio di luce.
A opera finita, si appoggiò alla parte ombreggiata e attese.
Arrivarono.
Prima due, poi dieci, poi mille e avanti così. Finalmente, dissero, un’opera di una certa misura e non quei muretti insignificanti e ingiustificati. Amarancio sorrideva della loro stupida sorpresa di fronte a quell’opera tanto più inutile della sua mole stessa. Lo pagarono assai, come se la dimensione fosse la misura assoluta di un talento. Prese i soldi e li usò come rendita per riprendere i suoi muretti di pietre irregolari, utili solo a lui. Rifiutò commissioni e si godette fama e libertà, deridendo gli stolti che per uno sciocco muraglione nel deserto lo avevano eletto al rango di massimo artista.
gene
Postilla
Come è difficile mettere in una frase soltanto la verità necessaria e nella misura che occorre!
Joseph Joubert
