Maratona, 490 a.c.
Non morire, che altre catastrofi attendono, mi dice Sandro il persiano. Ma così mette un macigno sul mio procedere, impedendo parziali rese o ritirate. Però va bene, io quel macigno me lo porto ben bene sulle spalle e vado verso un qualche tipo di massacro con l’idea di tornare vivo. E ci torno, vivo, di sicuro, anche a costo di seppellire le mie eventuali mutilazioni sotto quel macigno. Sandro che, a leggerlo e sentirlo, di amputazioni ne ha subite, mi sorregge quell’estro che si chiama scrittura (o idea della scrittura). Lo fa dall’alto della sua conoscenza, anche se lo vedo gravato dal suo stesso sapere, che lo imbriglia e gli toglie l’aria. Eppure, anche lui attende e affronta catastrofi, passando tra il lazzaretto e la biblioteca, senza linimenti stabili, per estendere le sue poesie. Come un oplita, alza lo scudo e si protegge in attesa che passi la ferocia della battaglia. Quando mi dice di non morire, anch’io mi sento così, nel senso dell’oplita con scudo, e penso seriamente che non morirò mai, perché la morte è solo un tentativo di incantesimo che con la mossa giusta si spezza. Già successo, tra l’altro, di schivare la morte, almeno un paio di volte: una a Cnosso, per un fulmine, un’altra a cavallo scendendo dai Monti di Crono. Ora mi tocca questa cosa che non è pienamente nelle mie facoltà, ma appena mi daranno un appiglio mi ci aggrapperò con le dita e mi tirerò su. Ho ancora la forza, come spiega Francesco, e abito sempre qui da me, in questa strada che non sai mai se c’è, e al mondo sono andato e dal mondo son tornato sempre vivo. Se poi mi toccherà la revisione di alcune cose che mi sembrano certe, lo farò. Ma non morirò, e attenderò altre catastrofi, così come quando aspetto l’idea buona per contundere e contendere. E quindi non vi lascerò campo libero, cari nemici. Sono pronto. A presto.
gene
Postilla
Niente è più emozionante nella vita che vedersi sparare addosso e non essere colpiti.
Winston Churchill
