Avevamo una campagna come quella del Tennesse, o più grande, ma non sapevamo niente del razzismo. La diversità era fatta di rane salamandre e bisce, non di uomini dalla pelle nera o rossa. Beh, un po’ rossi lo eravamo, scottati dal sole o nella finzione Apache dell’infanzia. Ma neri no, se non di terra, che quella si lavava via anche se controvoglia. Protetti da progresso e discriminazione, anche gli emigranti italiani arrivavano a parlare dialetto come noi, a giocare con noi, a imparare con noi ascoltando i vecchi e le loro storie da dire e udire.
Scoprimmo Otis Redding e Aretha Franklin quando la pubertà ribolliva e dal jukebox sgorgava roba entusiasmante. Non sapevamo che fosse segregazione che si ribellava, concetto conosciuto solo sui banchi della scuola di città. Ma allora si scelse: da una parte chi si turava il naso immaginando la puzza dei negri, dall’altra quelli che non ci badavano. Tutti noi, senza mai aver visto di persona un uomo o una donna di colore diverso. Sempre in ritardo sulla storia di un quinquennio (quelli della puzza in ritardo di cent’anni, incolmabili), ci si aprirono gli occhi oltre la maggiore età, grazie ai libri e ai dischi. Con Walter, ascoltavamo Bertoli e Jannacci, leggevamo Fenoglio e Calvino che sciorinavano pensieri e parole che avremmo voluto dire noi e dalla nostra Carèe dal Sou, la strada di sasso nella quali eravamo nati, d’improvviso scoprivamo il mondo, l’amore, l’odio e l’indifferenza comoda che fagocitava l’ordinata Svizzera.
Siamo scivolati con piacere dalla parte giusta, in direzione contraria, quella dei tutti uguali come spiega l’ideale anarchico, il solo a non aver provocato genocidi, il solo che non ha voltato la testa e piegato la schiena per seguire la sopraffazione dei più deboli. Così, siamo diventati negri
anche noi, come Marley e il mio amico Alfred, opposti ad altri che deridono le nostre spiegazioni e la fedeltà ai pensieri; e quando non rispettiamo una legge ingiusta, perfino gli amici ci guardano con denigrazione, come se un ingiustizia non sia tale se la maggioranza comanda. Come se fossimo dalla parte sbagliata.
Intanto, nel Tennesse ancora si discrimina e in fondo potevamo aspettarcelo; ma quando questa terribile malattia contagia anche il nostro vivere sonnolento, dalla politica alla strada, dalla scuola alla cultura, non possiamo fare altro che ricordarci delle rane delle salamandre e delle bisce e provare a proteggere pure loro.
Proprio adesso, dalla radio esce un freddo richiamo pubblico alla nostra diversità di ticinesi, al bisogno di garantirci, di allontanare, di legiferare e di discriminare chi non è dei “nostri”. Noi che siamo uno sputo meticcio sul mappamondo e nemmeno ce ne rendiamo conto.
Quelli indietro di cent’anni stanno vincendo e la luce svanisce, ma i loro conti non torneranno e la Storia chiamerà alla cassa. Allora, il colore della pelle, la sfortuna e la foggia degli abiti non conteranno più e finalmente si scorgerà la parte giusta. Perché la luce, anche se spenta, è accesa qui dentro, nella testa, e recupereremo gli anni.
gene
Postilla
La diversità è un vanto
g.
