tuttologia in direzione contraria

Sibilavano proiettili e cadevano bombe. Un tornado di ferraglia rovente che sventrava bomba-inesplosapalazzi e case e che una volta raffreddato uscivamo a spulciare, in quel momento di nulla che segue la ferocia della battaglia. Anche quella era una contesa in bilico tra furore e pazzia, addensata attorno alla confusione su chi spara a chi e chi bombarda a cosa. Durava da mesi e le case da distruggere sembravano non finire mai, come i morti e i feriti che si ammucchiavano. Eppure, il mondo andava avanti e gli scampati cercavano di sopravvivere con quel che c’era.
Noi raccoglievamo la ferraglia esplosa e inesplosa che restava a terra tra calcinacci e armature dei muri e la rivendevamo. Cioè, la barattavamo di nascosto, in cambio di cibo, sigarette, coperte, fiammiferi, occhiali e tutto quanto occorreva per scambiare ancora o usare subito. La nostra ferraglia, con un lungo periplo di fusioni, probabilmente ci sarebbe finita ancora sulla testa. Tutto un giro.
Noi, piccoli e rapidi come solo i bambini possono e sono, eravamo bersagli difficili, a meno di essere forzati nei mirini da una stretta di mano adulta e inopportuna, cosa che ci guardavamo bene dal cercare. Quattro rigattieri sbandati, alti un metro, con la guerra come una manna, dato che ormai nessuno, in mezzo al sopravvivere, badava più alla nostra educazione. Ci bastava un carretto e la fortuna.
Poi ci liberarono, la guerra in quella città cessò e ci accorgemmo che non avevamo più padri madri fratelli e sorelle. Ci rinchiusero in un orfanatrofio con le sbarre alle finestre. Ottimo ferro, pensammo, con la nostalgia per la nostra ferraglia da baratto, che era la libertà fatta materia. In sostituzione, la miseria di una minestra come acqua, botte, preghiere, insulti e pianti. E reclusione. Porca troia, la pace…
Riuscimmo a fuggire per caso e, dopo una lunga marcia nella desolazione di un mondo che tentava di rinascere tra lacerazioni e lutto, raggiungemmo un’altra città ancora miracolosamente in guerra. Nessuno raccoglieva ferraglia ad alto rischio e noi ricominciammo.
Dopo quasi tre anni, due di noi erano cresciuti e caddero senza scampo sotto la mira grossolana di un cecchino, traditi dalla loro mole da adolescenti. Rimasti in due, irti di paura per l’improvvisa carezza della morte che mai avevamo considerato, saltammo su una barca che attraversò un mare immenso. Ci raccolsero quasi morti per davvero e ci affidarono a una famiglia per bene di quella terra ignota e lontana dalla guerra. Un bel favore, veramente.
Imparammo a leggere e scrivere, a stare composti, a smettere di mangiare con le mani e dormire per terra. Ma la fiducia nella protezione dei grandi no, quella non la recuperammo e a vent’anni, quasi insospettati e senza lavoro, ci arrestarono mentre tiravamo un carretto pieno di ferraglia in una oscura periferia. Le nostre famiglie adottive ci ripudiarono e noi, appena rilasciati, riguadagnammo la guerra, dalla parte del mare da dove venivamo e alla quale apparteniamo.
Non so come, e non importa granché, siamo ancora qua tra spari e silenzi, un po’ più accorti degli esordi perché ormai siamo diventati un bersaglio più visibile. Finora ce l’abbiamo fatta. Ferraglia abbandonata e case vuote ce n’è sempre, malaccio non si sta. Credo che poi, con un po’ d’attenzione, in guerra mica si muore.

gene

Postilla
Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza.
Emily Jane Brönte


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