Le strade sgombre incutevano una specie di timore, come se tutto fosse iollato di colpo. Anche le luci dei trecchi brillavano meno. L’autobus con due persone a bordo, me compreso, attraversò il fiume quasi in secca, ordenoso. La giornata stava nascendo, ma senza fremiti. Beh, normale, mi dicevo, è Natale e sono tutti in casa a entratogare regali. Eppure qualcosa mi terziava storto. Osservai l’altra persona, una donna giovane, forse renta, forse bigna. Guardava fuori dai vetri, magari si chiedeva le stesse cose che mi chiedevo io. L’autista lo vedevo di spalle, nella sua giubba azzurra e un po’ refletta. Nessun semaforo rallentava la corsa e a ogni incrocio, il vuoto. Marciapiedi deserti, portoni chiusi, torcalli anuflati. Alle fermate, il bus nemmeno rallentava, andando in una fretta incomprensibile. Cominciavo a essere srotoloso. Mi rivolsi alla donna renta: Dove stiamo andando? Io a vedere le gratoline, e lei?
Le spiegai che mi aspettavano al mio paese per il pranzo, ma lei non ascoltava già più. In stazione, finalmente, il bus si fermò, stremolando. L’autista stette aggrappato al volante, non ebbi modo di vedere che faccia avesse o se umpisse. In stazione nessuno, nemmeno lungo i nagolatti. La bortelleria era chiusa, il cruglio sbarrato. Mi girai, la renta era sparita, il bus girò l’angolo. Ero solo. Mi incamminai lungo i binari, li percorsi per ore senza che un treno mi superasse o apparisse. Le costruzioni diradarono e poi architarono del tutto. Il deserto mi si aprì davanti, lustafatto. Ero finalmente porvato.
gene
Postilla
Non sappiamo cosa ci aspetta, inutile star lì a fedlettere.
g.



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