tuttologia in direzione contraria

Cavalli selvaggi

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Il mio cavallo è più veloce del tuo, disse il Fonso, guardando il Delmo con un certo sprezzo. Troppi western e nessuna idea di cosa fosse una controfigura portarono a quella sfida, in quel posto dove pascolavano mucche e qualche pecora, il massimo orizzonte animale a quattro zampe di cui disporre. Poi il Delmo comprò un cavallo di quindici anni, tanto per girare in campagna al passo senza cadere di sella e immaginare la Monumental Valley. Per emulazione, ne prese uno anche il Fonso, di età indefinita, e la prima volta lo dovettero spingere sulla groppa. Stavano in sella come due sacchi di merda.
Con pazienza, sia l’uno sia l’altro presero però dimestichezza e tutti cominciarono  a fomentarli: beh, sì, sei bravo, ma non come l’altro. I due provarono il trotto e pareva già di volare. Notare che erano poi cavalli bretoni dalle gambe marmoree, adusi al carro e meno alla sella. Ma il Delmo e il Fonso si sentivano come cavalieri della Pampa (questa sconosciuta) e la voglia di superare l’altro nacque, come un rigagnolo che s’ingrossa. E giù a vantarsi di selle, briglie e postura, anche se a dire il vero parevano entrambi alle prese con spine di riccio nel culo. Arrivare alla sfida fu solo questione di tempo, neanche tanto e di certo troppo poco perché il Delmo e il Fonso sapessero governare davvero i destrieri. Un paio di settimane condite da sporadici galoppi di una trentina di metri sancirono il destino: siamo pronti. Il giorno che il Fonso buttò lì la fatidica frase, la tensione crebbe.
Il mio cavallo è più veloce del tuo.
Ah sì?
Fu approntato un percorso in linea retta, senza ostacoli, della lunghezza di un miglio marino (pareva bella l’idea esotica, anche l’improvvisata giuria misurò a occhio dopo una lunga disputa se fossero milleduecento o duemilasettecento metri). Un bambino con la bandiera alla partenza (l’idea dello sparo fu considerata esagerata) e tutto il resto del paese all’arrivo, a fregarsi le mani per la certezza dello spasso. Il Delmo si presentò con un cappello di cartone, il Fonso con distinti guanti da muratore. Tutt’e due con foulard e spolverino, che facevano molto pistoleri.
Il bambino abbassò la bandiera e all’hop di Delmo il cavallo non rispose e quando si decise a partire, il Fonso era già avanti di una pertica, dondolando a un trotto prudente ma deciso. Il Delmo spronò e al galoppo superò il rivale esponendo la lingua, che subito si morse per un contraccolpo. E mentre si torceva dal dolore, l’altro lo passò spianato e già pregustava la vittoria quando il suo cavallo si fermò a pascolare quella bella erba giovane. Quello del Delmo fece altrettanto ed era già sera quando stavano ancora là, a dar di calcagni e sparando esortazioni che i cavalli bretoni non capivano, preferendo il pascolo. Il pubblico in fondo rumoreggiava d’impazienza. I due balzarono di sella e nel boato della folla percorsero di corsa la distanza che mancava, calcolandola male, dato che dopo un po’ si dovettero fermare col fiatone e le mani sulle ginocchia. Stremati, tagliarono il traguardo appaiati e furono riportati in piazza sudati come formagelle al sole, sul carretto del Meme trainato da due asini indolenti.
I cavalli furono venduti e col ricavato i due cavalleggeri si presero una stinca a Cà dal Geni, giurando di non guardare più un western fino alla fine dei loro giorni.

gene

Postilla
Dopo avere ingoiato la povere di mezza Arizona, una buona sciacquata di gola è la benvenuta.
Tex Willer


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