Non si ricorda da dove viene e come sia capitato lì, tra folate di vento che alzano sabbia tra le rocce. Forse ha battuto il capo. Si tocca la nuca, dove un pizzicorìo insiste, e trova sangue rappreso che gli si sfalda sulle dita. Prosegue in canaloni deserti, dove la sola flora sono arbusti rinsecchiti, radi e però vivi. Esce da quella valle sabbiosa e affronta la distesa. Cammina e dopo ore vede il profilo di un villaggio, ma rinuncia a credere che sia una
traveggola solo quando tocca con le mani le mura della prima casa. Imbocca la strada polverosa e sotto il sole del mezzogiorno, arido e tiepido, incontra gente, finalmente. Parlano spagnolo, lo salutano cortesi e distratti. Nelle piazza ritagliata tra casupole di sasso con tetti di lamiera e terra sono esposte una ventina di teche. Dentro, essicati, conservati, mummificati, preservati, gli insetti di quel posto . Che è un deserto, questo lo ha capito. Non chiede il nome del luogo, ma solo un letto e un’eventuale comida. Indugia ancora a guardare una teca con dentro un ospite straniero, il ragno più velenoso del mondo, come cita la didascalia. Brasiliano, ma morto.
Chiede una stanza alla Casa della Señora Marta e lì gli danno il benvenuto. Dove? A San Pedro. De Atacama. Ma pensa…
Tra galline e polpette, mangia avido e beve mate. La figlia della Señora Marta lo guarda negli occhi e poi con dita minute gli arrotola la manica sinistra della camicia. All’altezza dell’incavo del gomito, un gonfiore duro senza segni. Sei stato morso, forse un ragno, gli dice. Da dove vieni? chiede poi. Lui non sa rispondere, ha in mente l’Europa, ma è lontana e in mezzo ci sono mari e monti, lo dice la geografia che ricorda senza capire come e quando sia finito lì.
Sei guarito, oppure sei morto e resuscitato, annuncia la ragazza.
Esce nella sera e sono dieci gradi sotto lo zero, gelo secco. Non ricorda morsi o svenimenti, cure o dimissioni. Rientra e va a dormire immemore con l’idea che gli sia cominciata una nuova vita, piuttosto felice.
gene
Postilla
Talvolta conviene dimenticare anche chi sei.
Publilio Siro
