La pioggia cominciò a cadere la notte di un venerdì e l’indomani già si era indurita a grandine. Buonanotte alla vigna e ai cofani delle auto, giù al piano. Ma per noi, accasati per diletto all’alpe Gariss, nella valle di Preonzo, a quasi 1500 metri, erano problemi irrilevanti e contavamo solo i fulmini e i riali schiumanti sbucati dal nulla. I larici si piegavano indomiti, i rododendri apparivano a macchie dalla nebbia scura. Oltre i vetri delle piccole finestre della cascina, righe come da un televisore degli anni Cinquanta, sul tetto le lamiere mitragliate da milioni di gocce incazzate. L’elicottero non sarebbe mai partito verso quassù, noi non potevamo tornare laggiù. Aspettammo, pescando vivande dallo scatolone in cartone, quello con disegnate le mele verdi che il Comune vendeva a prezzo modico, reminiscenza di tempi malaugurati. Il fuoco, la birra e l’acqua corrente in cascina: si poteva resistere senza penare. Senza uscire a navigare.
Uno squarcio di sole a metà del sabato non annunciò la resa, come pensato, ma solo una tregua umida per nuvole che si ricaricavano come bisacce inzuppate.
– Nem da denn – disse il Dani, birra in mano e mente sgombra.
Mentre il Denco calava il settebello a mannaia, un tuono scosse i bicchieri e le orecchie come l’urlo del gol dalla curva dell’Ambrì. Il Cicio buttò un ceppo nel focolare già incandescente.
– Am paar apene cal – ironizzò il Dani mescolando il mazzo, mentre la trave del camino cominciava a fumare, attizzata dalle immense braci. Piovvero secchiate precipitose fino allo spegnimento. In mezzo a fumo fradicio e caligine appiccicosa, ci mettemmo ore a risanare l’ambiente. Poi pescammo dalla scatola.
E passò così anche il sabato, con una notte di canti e lampi nella quale non chiusero occhio nemmeno i camosci, figurarsi noi quattro che dovevamo assimilare la tregenda come se fosse nostra invenzione.
All’alba, la montagna era una muraglia di granito brillante, come ad averci passato una mano di copale. L’acqua aveva invaso la conca ai piedi della cascina, si potevano immaginare balene, e forse la Norvegia si era formata proprio così.
– Se a rueress el pulmann di svedìis… – osservò il Dani, restando in Scandinavia.
Il pulmann delle svedesi, intese come femmine, era un classico dell’immaginazione montana, ripetuto ogni volta che si stava più di un giorno in quegli anfratti. Le sognavamo, quelle Sirene, in discesa dalla Bocchetta dei Frati, bionde e seminude, certamente bendisposte. Ma oltre non si andava poiché sprovvisti di adeguate tattiche per eventualissimi corteggiamenti. Noi che in quattro facevamo si e no settant’anni e le sole carni che gustavamo erano la nostra e l’arrosto della mamma.
Sul mezzogiorno della domenica, il diluvio era all’apice, da non osare nemmeno aprire la
porta. Anche il pulmann delle svedesi era certamente arenato in qualche baia verso la valle di Monte Carasso. Disturbatissima, la radio trasmetteva la messa, che ascoltavamo giusto per contestare in modo fiero le scemenze del pretaccio che officiava. All’eucaristia, noi divorammo il risotto con fiasco di vino a latere; al segno della pace, ci scambiammo qualche rutto. Poi la radio, dopo un Grack! finale, si ridusse a un sommesso mugolìo di onde extraterrestri.
– I gnirà peu a tem, o prim o dopo – fece il Cicio pregustando graditi ritardi sulla tabella di marcia settimanale, lui che vedeva il lunedì con grande ostilità.
Non venne nessuno la domenica, e neanche il lunedì, sebbene avesse spiovuto. Dal cartone delle mele, il Denco tirò fuori un salame da finire, che la tradizione di non portare indietro niente andava onorata. In effetti, restava poco.
Il martedì, l’acqua si era ritirata e partimmo nel pomeriggio. Potevamo far senza dell’elicottero e di tutti quelli che non pensavano a noi poveri profughi. Una discesa nell’Ade tra faggi anneriti dai fulmini e sentieri come canali. Il ponte di Ripiano era crollato e dovemmo aggirare la valle, oltre frane scivolose e sotto detriti sovrastanti pronti a rovinare sulla spinta dell’accecato Polifemo (alla tele impazzava l’Odissea, quella con Bekim Femiuh, e contagiava).
Ma infine arrivammo al piano, o a Itaca, zuppi e sbrecciati, sporchi come il secchio del pastone per i maiali. Mettemmo su un’aria da scampati eroi, ma il primo che incontrammo, il Minio, ci chiese se i nostri stavano tutti bene, altro che compatirci.
Salutati gli altri tre sciagurati, costeggiai guardingo i vigneti e non mi parvero in salute, con le foglie tritate come il prezzemolo e i grappoli verdastri sparpagliati a terra. A dieci metri dalla porta di casa, mia madre mi intimò di togliere stracci e scarponi prima di metter piede dentro la reggia. Non mi chiese se ero vivo e nemmeno se erano vivi gli altri.
Il concetto di vacanza non era ancora stato elaborato bene nel club rurale e pure mio padre, che aveva esposto un’offesa reprimenda sul ritardo di due giorni e sul fatto che lui li aveva passati a mettere in salvo le piante da frutta senza il mio aiuto, non fece domande sul mio stato di forma. E nelle case degli altri tre, stessa musica, garantito.
Adesso sarebbero intervenute le associazioni dei genitori, mobilitate colonne di soccorso e allestiti staff psicoterapeutici, con avvisi alla radio al posto della messa e dirette quotidiane condite da “ancora nessuna traccia dei quattro giovani….” o “continuano le ricerche…” e bla e bla e bla. E qualcuno avrebbe anche avuto il coraggio di farci su una storia.
Ma a quel tempo del diluvio era diverso, senza allarmi e senza complimenti, niente baci o domande e arrangiarsi. Decisamente meglio. Ho sempre amato la pioggia.
gene
Postilla
Non essere in collera con la pioggia; semplicemente non sa come cadere verso l’alto.
Vladimir Nabokov
