Neuquén, Argentina
Capire è un inizio. Per me, la foto di una processione tutta vestita di scuro, se non nero. Solo una bambina bionda di quattro anni con la gonna rossa, le calze gialle e la camicetta bianca, risalta tra le immaginate preghiere e il solido sole di maggio. Il Pà mi fece vedere quella fotografia una sera che pioveva. Avevo sei o sette anni.
– Erano le prove per il suo funerale, ma non si poteva immaginare. Tua sorella, nata prima di te, prima di tutto, è morta quell’agosto. Prima. Presto.
Poi è morto anche lui, come capita a tutti e invece non dovrebbe.
Tra due generazioni, i miei di prima e i miei di adesso, ci sto io, sballottato e senza terra, ma non sto recriminando perché so che fa parte della salvezza. È però chiaro che mi tocca rifondare ogni giorno, per non presentarmi al gran finale a mani vuote e cuore inaridito.
Oggi, e per oggi intendo proprio questo venerdì di gennaio, che la mia coscienza è più dilatata da una sorpresa che non necessita il disvelo, sono pronto alla stesura del decalogo, che rivolgo a me stesso, ma come parlando ad altri.
Ama quanto puoi
Dissenti tutte le volte che senti
Ascolta gli altri, non tutti
Regala senza chiedere
Non possedere, neanche il pane che mangi
Lascia segni sul cammino, per la gioia, per farti trovare
Stai dalla parte giusta e resta povero e generoso
Spendi un ricordo al giorno
Immagina un pezzo di giustizia alla volta
Continua ad amare
Non vado e non andrò in nessun camposanto. Come ogni luogo recintato, mi mette tristezza e rabbia. Nessuno ci dovrebbe finire mai, è una piccola riserva rispettata e scialba, come un’aula di tribunale. Voglio disperdere me stesso, quando sarà l’ora, e travalicare steccati e confini, che non si possa dire “quel coglione morto, adesso sta qua per sempre”. Per sempre non bisognerebbe stare da nessuna parte, tra l’altro, e anche il giusto dalla cui parte stare va messo nel conto delle cose che cambiano.
Intanto però sono ancora qua, a dire ogni giorno. Le cose che mi bastano sono in aumento, ma meno imperative e necessarie. Le cose che mi servono cadono a una a una, in rovinosa ritirata, ma alcune restano urgenti e forse introvabili. Mi serve un’idea, un’immaginazione, un’utopia, cose femminili come la guerra, guarda un po’ che contraddizione. Forse.
Mi basta, mi serve, stare qua adesso. Devo dire ancora una cosa e devo farlo ora, non posso correre il rischio di essere sorpreso dalla morte con il fiato a metà. La cosa è questa: in quel loculo del cimitero dove si quietano gli altri non voglio finire, non si sentono cicale e nemmeno i silenzi.
Quindi, cospargetemi di vento e rugiada, tenete sul comodino qualche mia parola, mettete su canzoni e poi amatemi come non avreste mai immaginato, o come vi avrei amato io se fossi stato capace di stendere il decalogo in anticipo sulla mia disattenzione. O sulla vostra.
In fede,
Osvaldo Soriano
gene
Postilla
L’é miou finii ala Gére ‘me ’m bòt
che posèe in do n’a musuru da fèr
g.
