Poca erba e tanta polvere, il campo, racchiuso per i quattro lati da un porticato, è una specie di aia incastrata tra il cemento. Potrebbe essere una qualsiasi periferia metropolitana. Solo che sopra il perimetro c’è il filo spinato, con quattro palloni infilzati come uccelli nelle reti. In mezzo al campo, nella parte spelacchiata, dentro un avvallamento da consunzione, un tombino di cemento a quattro dita sopra la terra, pronto a spaccare piedi e mani. Nessuno gioca, non è ora. Il cielo di un giorno tormentato da minacce d’acqua, con il sole prigioniero, illividisce le mura striate di muffa. La costruzione sembra una di quelle squallide degli anni Sessanta (’68, precisa un custode, e la data fa sorridere amaro). Ben tenuta, come si tiene una caserma, o una mummia. O il penitenziario di stato, meglio noto come “la Stampa”.
Siamo qui per una chiacchierata di sport, invitati da un amico che offre ai carcerati corsi d’arte, lingue, attività manuali e scolastiche. Dopo una visita ai laboratori di legatoria e falegnameria, alla chiesa e alla libreria, entriamo nella sala conferenze, che consiste in un locale angusto di cinque metri per dieci, con le sedie compresse per il poco posto. Vetro-cemento, velato da tendoni quando parte il video sul calcio. Poi, Gabriele parla del suo Bellinzona, di etica e di spirito, di stadio e strategie, di traguardi e sogni. Il pubblico, una trentina di detenuti, è attento e pulsante. Domande, risate, polemiche, applausi: un momento da bar sport interclassista, con avventori forse più competenti della media (e dei media).
Dentro la saletta fa un caldo boia, anche per la potente energia che emana da questi umani reclusi. Si suda, come a un campo d’allenamento, anche se è allenamento alla diversità. Neri, bianchi, giovani, nessuno veramente vecchio, idiomi miscelati. Violenti, ladri, assassini, ma ancora e sempre uomini, che sembrano partecipanti a una qualsiasi conferenza e che invece sono prigionieri, da poco o da tanto e per chissà quanto. Questa condizione si avverte come l’aria di una grande cascata, c’è un voler divorare tutto quanto viene dal mondo esterno, per saziarsi, per trattenerlo in sé, per conoscere, per avere notizie, per sentirsi vivi, per sfuggire. Poche volte, in molte delle conferenze sentite nel mondo fuori, alcune noiosissime, con pubblico apatico e relatori inadeguati, si avverte una tale tensione vitale.
Siamo contratti ma aperti, per lo sforzo di tenere strette, e nel contempo respingere, emozioni appuntite come spade.
Poi, fuori dalla saletta, con gli uomini che sembrano tornare bambini grazie al cappellino dell’ACB, di nuovo il campo, senza sedas metri, con la sua polvere e i suoi palloni crocifissi lassù in alto, nel reticolato appuntito. Due parole fugaci con un paio di loro, mentre giriamo attorno al campo prima di uscire. Immaginiamo ladri e assassini con maglie raffazzonate, che schivano il tombino maledetto, che tirano e zac: il pallone inchiodato là in alto, come loro lì dentro. Non mi sembra giusto, né per il pallone, né per i ladri e gli assassini.
Con Gabriele visibilmente scosso e il nostro amico che ci guida, giriamo quasi silenti per androni sbarrati e celle che sembrano camere e non lo sono veramente, ci fermiamo nel camminatoio scarno e deserto destinato a donne e minori, con il cielo rigato da sbarre. La gola si annoda alla vista della piccola aula scolastica, con tanto di lavagna e gessetti, immaginando bambini già disillusi che cercano di rimanere aggrappati al sapere; o quando si scorge la stanzetta dove le famiglie dei carcerati si ritrovano per un momento di visita e intimità.
Prendiamo il caffè con alcune guardie, forse prigioniere anche loro.
Ci lasciamo sul piazzale, fuori, nell’aria che torna a bruciare nei polmoni, abbracciandoci con gli occhi. Torno a casa in moto, sotto l’acquazzone, ed è un vano lavarsi di dosso la compassione e il malessere rabbioso, verso prigionieri e prigione. A sera inoltrata, in altro luogo, immagino ancora il tombino e le vite richiuse e penso che è tutto sbagliato, che non diventeranno uomini migliori fracassandosi dita e infilzando palloni per chissà quanti anni ancora. Non diventeremo migliori neanche noi.
gene
Postilla
Da fuori non si conosce il dentro; da dentro non si dimentica il fuori.
g.
