Aggrappato in cima alla scala, il Meo non scende. Due settimane prima ha preso una brutta botta, come dice lui, e potrebbe anche essere precipitato da diecimila metri per quel che se ne sa. A quanto pare è caduto dal letto, dicono senza certezza. In cima alla scala, protesta, impalato.
– Non vieno! Cazzo!
(L’ha imparato da te, chiaro, dice la voce fuori campo).
– Dai, con calma… – lo invito, sommesso.
– Non voglio lavorare!
– Eh, e chi lo vuole, zio? Ma non devi lavorare, solo scendere le scale e buttarti tranquillo sul divano.
– Non interessa quel divano!
– Ti fa male il ginocchio?
– No!
– No?
– Sì! Stupido ginocchio.
Il tutto espresso tra alterazione vocale e pallore. Sta soffrendo e contro ogni ragionevolezza, si impala, si impunta, si incazza.
Poi, dal niente nel quale ci siamo impastoiati sotto l’acqua di febbraio, il Meo riparte, discende le scale sacramentando a modo suo (poro giuda, poro ratino e avanti con i poveri), entra, si butta sul divano, si alza, va al cesso (cesto, dice), ritorna, mi impone di cantare. Canto e poi metto il dvd del Coyote e ridiamo per un’oretta. Durante la quale la sua frattura è dimenticata.
Ci lasciamo con una promessa:
– La prossima volta, motosega!
Che accenderemo così, come un cero votivo alla sua gamba rotta.
gene
Postilla
Sono milioni quelli che desiderano l’immortalità, e poi non sanno che fare la domenica pomeriggio se piove.
Susan Ertz
