Poi, con un trattore del ’46, comparve il Liberio, e addio.
– Questo coso viene da Mendrisio, io invece direi che sono un matlosen – rispose alla prima domanda, rivoltagli direttamente in Piazza di Platan dal Delio, che da contadino resistente era rimasto folgorato dal mezzo e dall’essere che lo guidava.
Un matlosen, dunque uno zingaro. Comprò per due soldi un diroccato nella parte vecchia del paese e a furia di lavori diritti e al contrario ne fece una casa. Aveva forse vent’anni, i capelli lunghi e neri e se ne fotteva di girare a torso nudo la domenica o di vestirsi alla cazzo il resto della settimana. Il trattore, con annesso carro di legno, ruote e sponde comprese, gli serviva per trasportare ogni cosa che potesse fare al caso suo: sassi, legna, fieno per i cavalli (ne aveva tre, pigri e riottosi che pascolavano in un terreno incolto appena sotto la raffineria di petrolio e che lui chiamava Ponderosa, come il ranch dei Bonanza), poltrone, rifiuti, tende, armadi, amici bizzarri, un pianoforte sfondato, lampadari, piatti e tegami.
E pim e pam, la casa venne su fino a tre piani e si concluse. Ci infilò tutto quello che poteva e poi si mise a costruirne una direttamente sul carro di legno, trasformandolo in carrozzone da circo con la scritta:
Facciamo come ci pare
(plurale).
– Per andare in giro col bello e col brutto – spiegò all’inebetito sindaco. La cui domanda (“a cosa serve?”) non aveva senso, se rivolta al Liberio, siccome progettava all’ultimo persino il mangiare e il dormire.
Mentre noi giovanotti imborghesiti sfiorivamo negli uffici, in Governo, nelle aule dell’università, stretti in abiti presentabili e coi capelli a posto, lui suonava musica celtica e inventava parolacce da infilare nelle canzoni, da sotto un sombrero dai colori impossibili o in mutande; mentre noi disquisivamo se fosse meglio un centro raccolta rifiuti o l’assunzione di un operaio comunale in più, lui immaginava feste in piazza e teatri popolari, letture pubbliche, giochi per bambini, gite a cavallo e disturbo dei lavori autostradali che stavano sfregiando la campagna. Sempre con l’aria di uno che se ne sbatte della pubblica decenza. Un reduce sessantottino sui generis, in mezzo a una casta di conformisti, figli e mogli incluse.
Un’estate, mise in piedi un circo all’aperto con capre inquiete, galline obese adornate con fiocchi di raso, conigli terrorizzati dalle orecchie dipinte di blu, biciclette sgangherate appese a un filo da lanciare in pedana con lui sopra, asini volteggianti con sonagli. Domava e pagliacciava, concludendo con spettacolari giravolte a cavallo, vestito come Sandokan. L’esibizione in Piazza di Platan, il clou della tournée, fu seguita da tutto il paese, tra facce austere che trattenevano il divertimento per non fare brutta figura, sperando che almeno una delle capre gli desse una cornata.
Una delegazione di morigerati cittadini, un mattino di sole, tentò con garbo ipocrita di convincerlo a piantarla lì, ma fu accolta con lo spaventoso suono di un corno di becco, ripescato nella discarica dei rifiuti, annunciante la partenza della corsa nei sacchi di una marea di bambini che lui aveva strappato alla noia delle famiglie.
– È la Coppa Liberio! Prima edizione! – urlò nel frastuono, come se spiegasse di un evento non procrastinabile e atteso da secoli.
Alle rimostranze della delegazione, alzò le spalle, estrasse una scacciacani e diede il via con un colpo in aria che fece sobbalzare la Corinna, attempata zitella china nell’orto.
Il Liberio se ne fregava della produttività; allevava, piantava, macellava e coglieva qual tanto che bastava e quando capitava, e poi avanti con i giochi più variati. Magari aveva una montagna di soldi sotto il materasso, chi lo sa, ma se così fosse non lo dava a vedere e, soprattutto, non sembrava interessato. Tirava fuori di tasca una banconota stropicciata se doveva comprare qualcosa alla bottega, per il resto inventava lui, dal formaggio elaborato in cucina con l’aceto a far da caglio o il pane in cortile in un forno addossato alla casa. Impastava farina per tagliatelle e gnocchi, coltivava grano saraceno nel campo di fianco al pascolo dei cavalli e piazzava una polenta e cipolle senza eguali. Avanzando per tentativi, migliorava i prodotti mentre perdeva tempo a divertirsi inventando formule magiche e comiche da recitare davanti a cibo, colture e bestie.
Dilettanti, a noi si aprivano spazi che non sapevamo riempire con la fantasia esilarante del Liberio, ma almeno ne avevamo scoperto l’esistenza.
D’inverno, mentre tutti si scatenavano a palare neve, in competizione col vicinato a chi spazzava di più, lui la calpestava e basta.
– Ammazzare gente e far via neve sono lavori inutili – declamava. Poi via a fare un pupazzo con dietro una manovella per azionare una pianola o a organizzare gare di slitte alle quali erano ammessi mezzi di ogni tipo: panche, copertoni, carrozzine senza ruote, perfino un alambicco tagliato a metà.
Ad aprile, mi presentai in ufficio di lunedì con la faccia sorridente di Janis Joplin. A luglio mi dissero che potevo anche non più venire. In agosto partecipai alla gara di tuffi volanti che il Liberio aveva annunciato come
Il più grande evento
nella storia del pozzon!
e che invitava i concorrenti a lanciarsi, con rincorsa, da un’altezza di tre metri con qualsiasi stile mezzo e foggia. Io mi buttai in acqua dentro un carretto della Migros, altri abbracciati a bambole gonfiabili, con gli sci, vestiti da gorilla, in bici, in triciclo, nudi, versione batman o roteando un lazo. Liberio saltò suonando la chitarra, riuscendo a cantare i primi due versi di Piece of my heart, quelli dove si sbraita com’on, com’on, com’on, com’on and tak… splash!
Leggevamo Calvino e Steinbeck al posto dei manuali di economia e diritto; ascoltavamo i Creedence e Rino Gaetano, roba forte.
Avevamo conquistato la libertà senza che il Liberio ci avesse invitati a farlo. Non siamo mai riusciti a raggiungerlo nelle strampalate magie. Era sempre un passo avanti con le sue macchine volanti appese a un filo sopra il cantiere dell’autostrada, più belle della ruota del Prater, o con il Palio di Platan, gara di piazza non competitiva, da affrontare con betoniere dismesse, colorate e adornate di fronde.
– La vita è una giostra, c’è chi si diverte a guardare e chi si diverte a girare – diceva, annunciando novità.
Poi, un giorno, il matlosen attaccò il carrozzone ai cavalli, ci mise dentro conigli e galline e tutto quanto poteva, regalò le capre e il trattore al Delio, e se ne andò, seguito dagli asini, suonando il corno di becco fino in fondo allo stradone che andava a sud.
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Postilla
Gli zingari, popolo autenticamente eletto, non portano la responsabilità di alcun evento e di alcuna istituzione. Essi hanno trionfato sulla terra per la loro attenzione di non fondarvi niente.
Emil Cioran
