Cucina. Luci spente. Una candela.
– Non vado. Chiamala coscienza o resistenza o rifiuto. Ma alla chiamata non ho risposto e non risponderò.
– Ti verranno a prendere, Fabrizio.
– Certo, ma non mi troveranno proprio subito.
– Lo faranno poi. Qui in casa tua o altrove, non puoi sfuggire alla polizia militare.
– Facile per te pontificare, Janos, che sei stato scartato perché gli servi come futuro luminare della propaganda, che non hai legami, che non hai pensieri. Da che parte stai cazzo?
– Dalla tua, e non sono al servizio della propaganda; ma la guerra è guerra e qualcuno deve combatterla.
– Mio martello non colpisce, pialla mia non taglia, per forgiare gambe nuove a chi le offrì in battaglia. Non è solo questione di coscienza, è che il mio legno serve per porte e finestre, sedie e tavoli. Mi serve per vivere, non posso lasciare tutto e far morire di fame i miei figli e la mia sposa. Tu forse non capisci.
– Si chiama diserzione. Ma ti scoveranno. Non puoi scappare da solo e lasciare gli altri qua, sarebbe una contraddizione.
– Resisterò…
– Con cosa? Con le armi per cui hai ribrezzo e che nemmeno possiedi? No. Sei già in trappola. Eccoli.
La fiamma della candela si piega alla corrente d’aria della porta spalancata.
– Chi di voi è Fabrizio?
Janos si alza con un mezzo sorriso.
– Sono io.
gene
Postilla
La più grande per chi guerra insegnò a disertare.
Faber
