tuttologia in direzione contraria

pecora
Dopo aver cercato rane per mezza giornata, trovammo una pecora, sola. Il gregge  aveva lasciato Bens da alcuni giorni e l’aveva dimenticata. Col Córa e i due Andreoli, nel nullafacente sistema montano dei ragazzi, decidemmo che andava ricondotta con i suoi simili, che ormai già pascolavano mille metri più in alto e della pecora solitaria se ne impippavano. Il pastore non aveva contato i capi, probabilmente.
Questa povera pecora, assai vecchia, ci guardava senza un bè o la forza di scappare. Sulle ali dello slancio animalista, le girammo una corda al collo e i due Andreoli cominciarono a tirare, cercando di smuoverla. Io stavo davanti a indicare la via, il Córa dietro con una frasca di nocciolo a incitare.
La pecora resistette ostinata fino a quando, per debolezza, mosse passi svogliati. Tira e spingi, ci volle un’ora per arrivare ai Scéi, poi solo il bosco avrebbe cullato i passi. Una vera missione, ci dicevamo, e chissà quanti ringraziamenti avremmo incassato per quello che era uno dei pochi moti di nobilissimo altruismo che vantavamo.
Ai Mort eravamo sfiancati, la pecora di più. Si incagliò nelle felci, senza nessun desiderio di andare avanti o indietro, e neanche di brucare. E ne mancava ancora di strada. Si mosse desolata dopo un gran pezzo. Gli Andreoli avevano le mani scorticate, al Córa saliva un desiderio di frustarla, a me la noia.
La tremenda processione arrivò ansante in Peuret e lì apparve, glorioso, il gregge, senza pastore in vista. Slegammo la provatissima pecora dal nodo scorsoio e la salutammo, ricevendo in cambio un triste e flebile belato. Ci guardò con odio, bramando il lupo, mi parve. Tornammo giù, fierissimi e stolti, scavalcando sassi a duecento all’ora.
Due giorni dopo passò a Bens il pastore e comunicò che gli era morta una pecora. Quella. E noi, zitti.

gene

Postilla
Péuri càuri e rock ‘n roll
Gian

 


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