
La Carraia Ventosa spaccava i prati in verticale e dai muri s’assiepavano visi fino al fondo della discesa. Il feretro sbucava in curva dalle ultime case in cima e avanzava dritto nell’ultima corsa, ripida e trattenuta a passo. Gli sguardi salutavano muti e poi indugiavano tra le pieghe nascoste di giovani vedove, nei dolori composti, nello strusciare di suole. Silenzio d’aria spezzato in sottofondo da litanie e singhiozzi. Da dentro era uno stare nell’onda, da fuori la veduta di una risacca compunta.
Quando i funerali partivano dalle case dove si vegliava, il rito era sempre lo stesso, con quel viaggio che di volta in volta proponeva nuovi attori, inediti o ripetenti. Chi stava in fila oggi, posava dietro i muretti della Carraia Ventosa ieri o ier l’altro. E domani chissà. Le morti scambiavano i ruoli ai vivi e in quel breve tratto erano esposte tutte le maschere, dalla compassione all’ipocrisia, nel manifestarsi collettivo della perdita ultima. Gli abiti, gli stessi sia di qua sia di là. A sera, il vento tornava a ripulire la Carraia, fischiando nenie tra le pietre dei muri.
gene
Postilla
L’inizio di un romanzo è una fine
g.
