In mostra al Centro culturale e museo Elisarion di Minusio, dall’11 marzo al 30 aprile

Acquaforte, fotopolimero, ceramolle, acquatinta.
Ferro da stiro, monotipo, zolfo, rame, zinco.
Zerkall.
Centoventi stagioni di vento e pioggia, sole e neve. De Giacomi si appoggia all’atmosfera per stagionare grassi e fuochi, metalli e sangue.
A infuocare le coscienze, c’è polvere nera e bachelite fusa, che aspettano la forma, la riempiono e poi eccole lì, trasmutate come se avessero una genetica plasmabile.
È un attacco in pieno stile al conformismo e alla superficialità, allo spettacolo dell’arte da consumare in lunghe file composte, spostando i pensieri in formazione caotica per arrivare all’ordine perfetto di una foto-incisione, al rigore della dedizione calcografica.
Giuseppe De Giacomi si dice anti-accademico, ma è di più, è un ribelle che ha tentato più volte di dissanguarsi per rendere un’idea o per lanciarla tra le ruote della contemporaneità. Guardi Giuseppe lavorare e poi capisci quanto buco sia il nero delle sue tavole. Ci lavora da sempre al nero. Giuseppe fa come il Coyote dei cartoni animati, prende invenzioni qua e là, senza cronologia e senza apparente consequenzialità. Poi, all’improvviso, forse per il chiodo corroso, forse per l’idea della dinamite, magari per la trappola del tempo, la mente si apre e si corre sulla pianura a inseguire un immaginario struzzo. Giuseppe non ha nessuna intenzione di agguantare lo struzzo. Come il Coyote, sa che cattura significa fine. Allora sposta più in là i suoi marchingegni da stampatore, le sue meccaniche di costruzione, stravolge le sue foto, incrosta chiodi, mummifica cavallette e mosche, e tutto questo in migliaia di tentativi invischiati nel dubbio (“Non avere un dubbio è già un dubbio”, dice).
Può essere che Giuseppe insegua farfalle notturne per scoprire traiettorie che noi umani non siamo in grado di concepire, ma le sue opere dicono a noi, parlano di noi, ci chiedono di non indugiare sulla banalità della superficie. Giuseppe non innalza cattedrali, scava catacombe.
In queste sale dell’Elisarion siamo attesi da volti che ci guardano e da materie che ci stringono, si innalzano e cadono come meteoriti. Siamo incalzati da mosche e zanzare, alchimisti, sangue e polvere da sparo, barbe e sguardi, gesti immoti, paralisi scosse.
Andare davanti all’opera di De Giacomi richiede un atto di ribellione, che è sempre un’azione in totale solitudine. La stessa del Dottor K in perenne mutazione, dietro al quale si posano avvoltoi in controluce mentre, calcografando, l’insetto s’impossessa dell’Uomo fino a scatenarne la rivalsa. Fino a spezzare la corazza del reale e obbligare all’immaginazione.
Se non ce la fate a voler capire tornate alle vostre case. Se avete il coraggio, andate nelle sale a rifare il mondo. Almeno il vostro.
Carta bagnada, carta tridada,
impienidi da ruus
ch’i va inséme
e d’om cólp
i sa spiana col térch.
I saiòtri e la dénamit
is maridi
e el sé fiéu t’è ti, negro,
com’el fónn d’om caldiréu.
gene
Postilla
Fare una mostra comporta lo stesso genere di noie di un matrimonio o di un funerale.
Morseura aperta
