
(…) Quando lo zio Luigi – zio di Olimpia, quindi mio prozio o chissà che – imboccava la stretta carraia della casa, ci si poteva aspettare di tutto. Ma la prima cosa era chiedere del fratello e se Delfino era nei paraggi lo raggiungeva e poi scendevano assieme nelle cantine. Georgette imponeva loro la brevità della visita alle botti, giusto il tempo per riempire due fiaschi che Luigi infilava nello zaino, conscio anche lui di dover nascondere alla vista di Georgette il frutto del vizio. A volte si fermava in giardino e al tavolo di sasso beveva un bicchiere d’acqua senza nascondere la ripugnanza per quel prodotto che andava bene, ma solo ogni tanto, per lavarsi.
Come Delfino, vestiva abiti dell’esercito, alla rinfusa e molto più logori. A casa non aveva una donna che si occupasse di lui, faceva da solo e si vedeva dai resti di tabacco masticato sui bordi del colletto della camicia. Le visite di Luigi erano occasioni sociali, con sputtanamenti sempre inediti di tutti quanti aveva incontrato nel suo girovagare in cerca di espedienti. Nessuno dei parenti lo degnava di attenzioni particolari, forse perché povero in canna, ateo, bestemmiante, senz’arte e, soprattutto, senza parte. Credo vivesse su al Matro, il promontorio sopra la casa di Delfino e Georgette, in una stamberga ricavata da quello che fu un castello e che diventò fonte di discordia tra Piero e il Comune, quando quella magione fatiscente, toccata a lui in eredità, cominciò a reclamare sistemazioni. Non le concessero mai e Piero, anche per quello, la lasciò al suo destino, come tutte le cose e le persone del paese quando scelse di confinarsi a Lugano fino alla morte.
Come tutti, Luigi morì, dopo breve ospitalità al ricovero e fermata finale all’ospedale. Andai a trovarlo il giorno della sua ultima notte e aveva le labbra bianche, prive di sangue. Ma quelle labbra riuscirono comunque a dire che ormai era finita e che, caro mio, era stato un bel vivere, senza padroni e colleghi. E senza parenti al capezzale, aggiungo io. (…)
gene
Postilla
Potere al popolo
