Ancora un estratto

(…) Con tutto quanto c’era da fare, i grandi non prestavano attenzioni supplementari ai piccoli. Per questo, quando Piero mi disse: Monta su!, quasi me la feci addosso. Mollai il carretto di Delfino e balzai nella Ford Mustang rossa. Dalle caverne allo spazio. Solo io e lui. Seduti quasi rasoterra. Il contachilometri esplose fino ai centoventi già nella tirata oltre l’albergo, che saliva in dosso, come a tastare i nervi, per poi scendere e curvare mancina rasente una parete di pietra. E via ancora in rettilineo con l’ampia e dolce curva a destra prima della salita del paese dei parenti poveri; in cima a quella collina inventata per scavalcare la ferrovia, doppietta sinistra e destra e imbocco della breve discesa. Questo tratto a centodieci, altrimenti ci sarebbe stato decollo con planaggio sulla ferrovia. Lanciati come il Saturno V, davanti ci si parò il rettilineo migliore di tutta la valle. La Mustang avanzò a testa bassa, con l’eroismo di un bisonte, lì dove c’era la prateria.
Guarda qua, disse Piero indicando il manometro con la mano libera e i capelli volteggianti, gli occhiali neri, il sorriso da artista, mentre io formicolavo di emozione. E giù il chiodo e su, e su, e su la lancetta fino a centottanta, per chilometri che parvero miriametri. Infine, la violenta decelerazione e l’arresto davanti alla stazione del terzo paese, quasi a me ignoto, tra fumi di caucciù e radiatori. Come a un rifornimento, come un cambio gomme.
Saltammo fuori, le ruote fischiavano, o forse no, ma avrebbero potuto. Coi guanti in pelle chiara senza dita, Piero si bevette un campari al bar di fronte, dove in tre o quattro guardavano la Mustang come il culo di una donna bella. A me un analcolico rosso, per solidarietà cromatica tra noi piloti e con il bolide ansante là fuori, dello stesso colore dell’inferno.
Sulla stessa formidabile onda, tornammo all’albergo. Totale dei castighi se fosse successo sulle stanche strade di adesso? Quattro o cinque anni di prigione e il marchio di criminali e assassini (sì, anch’io, per totale e felice connivenza con il Re della velocità). Un solo sorpasso. Quando le strade erano libere. Quando noi eravamo liberi. (…)
gene
Postilla
Diavolo Rosso, dimentica la strada,
vieni qui con noi a bere un’aranciata
Paolo Conte
