
Janos prende il treno, come canta Jannacci, per non essere da meno. Per essere di più. O per fare il di più. Non bastandogli le case, le auto e i pranzi, discende la valle a piedi e a dieci chilometri dalla città, prende il treno. Appunto.
Senza biglietto, che lui allo Stato ladrone soldi non ne vuol dare. Rischia la multa, che comunque non pagherebbe, saltando al volo, se necessitasse. Non necessita.
Scende alla lucente stazione, appena rimodernata con gusto indecifrabile, e percorre il viale fino alla piazza più a sud, dove si può guardare in faccia il sole e dirgli: Oh, lasciami stare qui solo un po’ senza pagare.
Con dieci franchi in tasca, bisogna calcolare ben bene, altrimenti si resta a secco e toccherà accontentarsi dell’acqua di fontana, che insomma, vabbé, ma è tristanzuola. Si convince di non avere fame, ma ne ha.
Mentre si crogiola al tavolino del bar, chiuso e con le sedie legate alla catena poiché coi tempi che corrono chissà in quanti le prenderebbero e sferraglierebbero fino a casa con la refurtiva, passa Silvia.
Incinta, piccola di statura. La conosce da qualche anno e sempre lei gli chiede ironica se è ancora vivo e se quella barba lì, che gli incorona il viso come a un acheo da film, è roba selvatica o artefatta. Poi però, lo bacia e gli chiede se andrebbe bene una pastasciutta. Janos, che se può cucina, assente. E vanno, lui leggero e lei ondeggiante causa pancione.
Nella casa di Silvia, linda di mano femminile, preparano il sugo in armonia e poi vanno su all’orto e mangiano. Si ascoltano, elaborano discorsi, pensano nomi per il nascituro, che sarà un maschietto, lo dice lei.
Di sotto, un ragazzo suona la chitarra. Silvia lo chiama, lui sale. Janos si fa prestare lo strumento così per vedere, ma poi non lo mollerà più fino a sera. Il ragazzo, intanto, ne ha presa un’altra, di chitarra. Suonano e cantano, mentre il sole, stanco di aspettare, se ne va dietro la montagna.
Negli ultimi voli di passeri, nei supplementari dell’imbrunire, come una rondine in procinto di emigrare, Janos bacia Silvia, rimonta il viale e prende un treno, un altro. Senza biglietto, anche lui con la pancia piena e i dieci franchi intatti, buoni per la birra che verrà. E se avanzasse qualcosina, per un ninnolo da regalare al bimbo, quando apparirà.
Sono giorni così che fanno primavera.
gene
Postilla
Io canterò come un sole improvviso in giorno d’aprile.
Pierangelo Bertoli
