tuttologia in direzione contraria

montagna
Janos attende notizie, come non gli capitava da dieci anni. Asserragliato nella caverna protetta dagli abeti, che sono piante maestose e miti, proverà a difendere l’ultima frontiera, la sua. Attende notizie che non arriveranno nella sua solitudine di fuggiasco, rintanato in quello che lui pensa sia uno spazio sconfinato e difendibile, ma che invece è un limite. Infatti, lui stesso la chiama “Ultima Frontiera” e si contraddice senza saperlo. Oltre il crinale spoglio, dove gli abeti non salgono e lui è più nudo di una rana, digrada una discesa verso altri accampamenti dell’odiata civiltà.
In sostanza: Janos è accerchiato, solo e senza notizie. Nessuno sale a lui per offrirgli una tattica d’uscita e di vittoria, nessuno più lo sostiene. Sei troppo ribelle, gli hanno detto ieri duemila metri più in basso quelli che sembravano amarlo. È partito col cuore pesante verso quell’ultima frontiera illusoria, inquinata tanto quanto le cementifere pianure. A metà della salita, nelle tre cascine ancora abitate, tre persone ammalate di cancro sarebbero state pronte a seguirlo, se ne avessero avuto ancora le forze. Tutte le montagne sono madri ultime di uomini e donne accasciate da depressioni, solitudini, neoplasie, infezioni. Solo gli abeti resistono, dolci e pungenti, ma anche loro consumati da parassiti.
Janos, nella caverna, accarezza l’ultimo Lupo, il solo compagno che gli è venuto incontro per accoglierlo, compagno di sventura e bersaglio. Ora le prime torce lampeggiano tra gli aghi notturni, in anticipo su qualsiasi e impossibile notizia. Il Lupo si lancia, Janos lo segue. Non servono più notizie o difese. Non ci saranno crinali da discendere.

gene

Postilla
Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati.
Bertolt Brecht


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