Prima dei tormentosi corsi di nuoto, distruttori della torrentitudine, e appena finita la galera della scuola, passa El Giir dala Svizéri. Passerà verso le quattro. La previsione dà bel tempo, elaborata osservando le nuvole in cielo e misurando i venti nei capelli, che già si arricciano per idee sulla libertà. Col Nandel abbiamo una mattinata di prove nel deserto di strade ghiaiose, preludio all’appostamento in Pasquéi alla caccia di scalpi.
Un pranzo veloce in forma di Tour, un giro del tavolo. E poi via, nel sole cocente. Giochi d’acqua in Pasquéi, spruzzarsi a tradimento nell’attesa. Dalla curva della chiesa non spunta niente per lunghe mezzore, ma già vecchi ragazzi signore e operai si cullano di sospensione.
Una musica di parole altoparlate. Tutti corrono al bordo dello stradone: passa il furgone dell’omino Michelin e lancia cioccolata. Poi, come un convoglio umanitario in zone bisognose, arriva tutto: bandierine cappellini caramelle visiere bibite gelati formaggio figurine cartoline stoffe. Un vortice di lanci e prese. Sacchetti portati da casa, normalmente destinati al pane, si gonfiano di souvenir.
Un gruppo di fuggitivi sta passando per Biasca, con un vantaggio di otto minuti sul gruppo, annunciano in tre lingue (supponiamo). Sale l’attenzione alla gara, scende quella ai malloppi. Facile svuotare sacchetti altrui. Il Nandel fa il palo, io derubo, o viceversa.
Poi, col tesoro nella morsa delle mani, possiamo aspettare fuggitivi e gruppo. Nell’aria cantano slogan stonati dal transito di veicoli impossibili per foggia e dimensione.
Eccole! Ecco le moto! Eccole le ruote dei fuggitivi.
Ié scià!
Escono in curva cento metri più su, soffiano senza attrito, ticchettano come meccanismi davanti ai nostri capelli, tra Hop! e Dai!. Sfrecciano in giù e scompaiono.
Con puntiglio, come se l’organizzazione facesse conto su di noi, controlliamo gli orologi di plastica.
Dopo quattro minuti e ventisette, circa, svolta il gruppo e discende, mostro compatto e luminoso. L’aria che si sposta è eroica, il frinire delle ruote si eleva sopra gli Hop! e i Dai!. Il Nandel, col sacchetto nella sinistra e una sugus in bocca, si gira e mi fa: I ciapa più.
E invece li prenderanno. Ma non lo sapremo perché col Nandel saremo già tornati al Tour sulla ghiaia, bardati di gadget, per ingrossare la speranza che ai corsi di nuoto piova a dirotto per due settimane. Che così non avremo nemmeno il pensiero di toccare quell’acqua avvelenata.
gene
Postilla
El ralògi u sa rót
