tuttologia in direzione contraria

Volò sopra l’Atlantico senza grande preparazione. Atterrò a Santiago e attese nella solita banalità degli aeroporti. Prese un taxi Collettivo fino all’hotel vagamente in stile Gotham. Si meraviglio più che altro della pulizia delle strade e della timidezza degli abitanti. Rischiò di finire travolto da un Micros, bus assassino e imperterrito. Visitò la Chascona per rispetto. Ripartì per Calama, in volo.
Attraversò un bel pezzo di deserto a bordo di un altro Collettivo fino a San Pedro. Pisco, Austral e churrasco. Si fermò al limitare del Salar, vi entrò per una decina di metri e poi tornò indietro per non farsi escoriare. Salì alle Lagunas, quattromiladuecento metri di scarso ossigeno e fiatone. Tornò a San Pedro, si attardò con un gruppo musicale andino sorretto dal cajon. Dormì. Fuori, dieci sottozero.
Si arrampicò in bus con alcuni catalani reduci fino al Tatio, tra geyser e vigogne curiose.atacamenhos
Il giorno seguente, noleggiò una bicicletta e nel tepore secco dell’inverno australe giunse a una collina. La risalì, cauto, tra muri bassi e infiniti che seppero essere alti e protettivi fino all’arrivo dell’uomo bianco di Spagna. Sentì che gli Atacamenhos resistettero, vide le gole di donne sgozzate, di uomini trucidati e di bambini gettati dalle rupi.
Nel vento del deserto, due rose fiorirono ai suoi piedi, sazie di lacrime.

gene

In un angolo del campo di concentramento, a un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l’aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”.
Lus Sepúlveda


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