Il cadavere non era ancora stato restituito, né morto né vivo. L’automobile verde era ancora lì, ferma col muso appoggiato all’argine, un relitto che non era riuscito a raggiungere l’acqua. La portiera aperta su giorni di immobilità in attesa di chissà quali riscontri. Pancrazio era sparito, nervi accasciati dalle assenze e dagli spettri. Certo, morto, suicida, nella logica silenziata dal comune senso del pudore. Ma non si trovava.
Furono organizzate delegazioni, a gruppi si batté la campagna e la boscaglia, si risalirono e si discesero rive avvolte nella bruma. Vedemmo più volte ombre fallaci, che se da un lato alimentavano la povera speranza di trovarlo, dall’altro terrorizzavano. In quelle notti, correvo a casa con il filone della schiena elettrificato.
Elicotteri furono direzionati sulla montagna da intuizioni e pendolini di maghi.
Nel fiume no, troppo placido per morirci.
Fuggito in America no, perché lasciare l’auto là in fondo?
In montagna? L’amava così tanto da odiarla, quindi può essere tutto.
Ucciso da un ladro, forse.
Rapito…
I parenti intanto vaneggiavano, chiusi in quell’omertà che non tollera l’ipotesi della morte voluta e che propende invece, per cristiana educazione, allo scherzo o alla perdita di orientamento, al malore comune, a una caduta con stato d’incoscienza.
Invece lo sapevamo bene: Pancrazio si era tolto dal pane. Conclusione quasi solo bisbigliata con i compagni più fidati, per l’ignoranza di cui sopra, per l’appartenere a dio anche nella morte.
In quei dieci giorni, il nostro mondo fu stravolto da una solidarietà inaspettata e da ogni genere di sospetto. Non si riusciva più a parlare d’altro, a lavorare, a ridere o a bere.
Avrei voluto trovarlo io, per chiudere quella sospensione del tempo, ma a ogni fruscio mi si mozzava il respiro, in ogni bosco immaginavo di sbattere la testa nei suoi piedi, in ogni pozza temevo di scorgere il suo sguardo. Mangiavo poco, dormivo con un occhio solo. E chissà se gli altri anche?
Pizzi, canali, forre, cascinali, burroni. Voli, camminate, spedizioni, osservazioni, supposizioni. Niente. Il cadavere si faceva beffe.
La vana foga ansiosa di quel novembre cessò dopo tre settimane. Spremuti dalla fatica e dalla speranza che mutava in disillusione, considerammo introvabile Pancrazio e prendemmo per buona la tesi dei parenti, la fuga in altri continenti. Per ritrovare una vita, pensai, o per lasciare un paese troppo piccolo e pettegolo.
Poteva darsi che come un Prometeo si ribellasse alle divinità e stesse a guardare il nostro affanno, in attesa di donarci fuoco e conoscenza. Ormai avevo esaurito le soluzioni.
Più semplicemente, in un banale giorno di dicembre, Pancrazio riemerse una decina di chilometri a valle, nudo, gonfio d’acqua e disperazione. Una logica ineluttabile come intuito fin da subito. Ma il pensiero del suicidio non era accettabile per nessuno e andava spostato nel ripostiglio della mente. Per questo faticammo alla resa, tra superstizioni e incantamenti.
Penso che Pancrazio si sia ucciso per sfuggire definitivamente a questi modi e che noi, accecati, avessimo vagato fino allo sfinimento per rimanerci aggrappati. Aveva ragione lui, era questo lo spavento indicibile delle sue e delle nostre notti.
gene
Postilla
L’istinto di autoconservazione è a volte la molla del suicidio.
Stanislaw Jerzy Lec
