Scivolato nella massa brumosa, stava in uno stato stupefatto. Janos era arrivato a metà montagna, scendendo dalla vetta da dove aveva posato uno sguardo molto lontano su cose che da vicino gli erano sembrate bruttezze: autostrade, case, lo spolio di novembre, la stanchezza e il sonno delle campagne costrette dall’uomo a restringersi a pezze su un vestito slabbrato. La nebbia l’aveva accecato di colpo, come nata dalle pietre, e lui ora procedeva a centimetri, nell’incertezza ai confini della paralisi che quel lucore gli insinuava come una malattia. Ma non sentiva dolore, e nemmeno inquietudine.
Conosceva la montagna e sarebbe stato sufficiente aspettare, che è solo una questione di tempo. Ma nemmeno il tempo sembrava avere un senso, come se non scorresse, come se non esistesse. Privato della vista, Janos si affidò a tatto, udito, olfatto, gusto. Elencò a voce alta la formazione del Racing della domenica precedente (Olguin, Arroja, Cabaletti…) per confermarsi ancora vivo. Toccò sassi, udì acqua, odorò muffe, gustò il vapore, come se fosse nato in quel momento. Attese, felice a sufficienza.
Non venne sera, non venne notte, non comparve il sole e Janos smise di pensare allo scorrere del tempo. Si sedette e l’umidità gli scosse le natiche. Pensò all’infanzia e agli amori, alle cose ancora da fare e alle rinunce che cambiano il percorso. Non era diventato calciatore e nemmeno studente, non aveva resistito a lavori che ora guardava con commozione, non aveva detto parole a suo padre, a sua figlia, aveva soprasseduto ai dolori degli amici, non aveva lottato per impedire che la terra fosse conquistata.
Mentre affondava nella malinconia per ciò che non era stato, la nebbia si dissolse, sparirono odori, sensazioni, gusti e suoni, e il mondo gli si rivelò di nuovo agli occhi. Di fianco a suo padre, vide lo spazio sgombro, senza poter stabilire se e chi fosse andato indietro o avanti. Duemila metri sopra il fondovalle, Janos abbracciò il padre sussurrandogli il bene mai dichiarato e quando questi lo invitò a ripartire, prese per il sentiero, meno tracciato di quanto ricordasse. In basso scorreva il fiume, tracce umane erano svanite, solo sua figlia saliva lentamente verso di lui e quando si trovarono a mezzo passo lei lo baciò sulla fronte.
gene
Postilla
Nascere è ricevere tutto un universo in regalo
Jostein Gaarder
