tuttologia in direzione contraria

klammer
La questione-Klammer cominciava con l’odore della neve nell’aria, che i grigionesi sentivano prima di noi, prima ancora che le piste da sci aprissero e che il Natale imbiancasse. Alcuni di loro già sollevavano la questione-Klammer appena dopo i morti, soprattutto quelli di Mesocco, più vicini alle cime, e in breve si faceva contesa aperta. Noi dalla parte di qua del confine, loro di là. Non so se si sentissero un po’ austriaci, per via di qualche epoca bellica, magari invasi da genti del sud di stanza a Bellinzona e quindi, per una proprietà transitiva sui generis, nostri avi, ma comunque non ne facevano una questione di bandiera. “Klammer è il migliore, e basta”. Non adducevano grandi motivazioni, “basta guardare” dicevano. Prima dell’inizio delle competizioni, quando guardare era poi scontato, si poteva solo immaginare con le gesta dell’inverno prima, quando Klammer in effetti sbaragliava a suon di risultati. Ma non era questo il punto, non le vittorie, ma il modo.
Allora. Il nostro eroe nazionale era Bernhard Russi, già campione alle olimpiadi di Sapporo nel ’72. Un modello di stile e soprattutto tifoso dell’Ambrì. Ecco, già a questo punto si divergeva, coi grigionesi a tifare Davos e a umiliarci un po’ anche lì, pur se la fede sportiva contemplerebbe non solo le vittorie, e loro avrebbero dovuto saperlo, visto che ai tornei di calcio non ne vincevano mezza. Ma tornando a Russi: un mostro di eleganza, che disegnava curve armoniose e balzava sui dossi con gli sci uniti e le ginocchia alte, il busto un po’ avanti, la testa eretta, le braccia ferme in un equilibrio da ginnasta, esultanze e delusioni vissuti con la stessa sportività, senza eccessi, con educazione. Non era uno sciatore muscolare, anche se una volta che lo vidi appoggiato al bancone della buvette della Valascia mi impressionò il suo torace simile a un mantice e le gambe di volume doppio (vabbé, consideriamo che noi adolescenti eravamo un po’ alla soglia del rachitismo e che lo specchio ci rimandava ipotesi di denutrizione). E comunque, non faceva leva sulla forza: primeggiava per sensibilità, per “scmétighe”, come si dice in latino. Noi poveri, con sacapan e vindjach della petrol con cerniere aleatorie, per dire, le tentavamo quelle cose, facendoci male nella dignità appena accesa da un salterello al Nara. I grigionesi, anche qua, ci fottevano.
Alla settimana bianca del ginnasio era tutto un giocare fuori casa e perdere senza segnare. I Togni, grigionesi sboroni e maledettamente folli, venivano giù come uccelli rapaci da rampe che noi affrontavamo invece con lo starnazzare delle galline. Okay, certo, le conoscevano quelle rupi di neve fresca, dato che il San Bernardino era il loro parco giochi probabilmente da quando ancora facevano la cacca nei pannolini (di stoffa). Ma c’era di più, c’era una grinta, un coraggio e una strafottenza che ci schiacciavano nella nostra parlata di pianura, mentre per loro era tutto un “te vècc – tudro – am pica – am se d’insù”, senza umlaut o altre finezze linguistiche da piedidolci. Quindi, nella questione-Klammer, per noi era come stare barricati a Alamo con milioni di messicani a spararci e ruttarci in faccia. Non l’avremmo ammesso mai, ma Klammer era notevole. E ricordiamoci che noi tifavamo Russi, con lo stile, la precisione eccetera.
Ebbene, questo Klammer del cazzo cominciò a riapparire agli inizi di dicembre, già a colori e con il ralenti a tormentarci. Il 25 gennaio, sulla Streif, dopo diverse gare che i grigionesi consideravano banali conferme, partì e a momenti spaccò il cancelletto con gli stinchi; su una gamba sola nelle curve, roteando le braccia sui dossi. Con il naso quasi sulla punta degli sci, sembrava divorare la neve e che la neve fosse preda della sua ferocia come se non mangiasse da secoli. Nelle traverse restava in alto e sull’ultima girò con la spalla destra quasi al suolo, trovando uno slancio impossibile. Percorse lo schuss prima dell’arrivo componendo figure astratte a causa della rottura del muro del suono e al traguardo, avvolto da un boato spaventoso, frenò alzando un’eruzione di neve polverosa che sommerse mezza tribuna. Russi scese diligente e finì oltre i dieci. Ecco, eravamo rovinati.
I grigionesi infierirono e la questione-Klammer si chiuse senza nemmeno l’onore delle armi. Dominarono ancora per qualche stagione, lui e i grigionesi, poi Klammer si ritirò, il Davos retrocedette e noi ci dedicammo alle banalità della vita senza risollevarci mai più.

gene

Postilla
Quando si spara si spara, non si parla
Tuco


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