tuttologia in direzione contraria

Rompighiaccio eritrei

Su una piccola città, che non si affaccia sul Mediterraneo per pochissimo, è scesa la neve, dolce, insistente. Siamo stati tutti lì a guardarla per ore e quando ci siamo riscossi era ormai tardi e i centimetri si erano assommati. Lasciando la compagnia dei buontemponi, sono sceso in strada a godere di quel muto torpore e tra le poche auto in giravolta mi sembrava di essere tornato all’infanzia di strade vuote e silenti. Sono rientrato sorpreso che ancora nevicasse in dicembre.bici e neve
Al mattino, dopo aver guardato un’allarmatissima rassegna di breaking news sui gradi di allerta e relativi accorgimenti, sono tornato fuori e ho visto l’inferno, bianco. Marciapiedi come l’Aletsch, piazze come lo Hielo Continental, gimcane come all’antisbandamento di Osogna, ma di gruppo. Operai pochi, indaffarati e vittime di contumelie. La sera, davanti alla stessa televisione del mattino, reazioni indignate e scuse politiche da facce rubizze.
Il terzo giorno, a rompere il ghiaccio, stratificato e imperituro, quattro eritrei sfuggiti a chissà cosa ma non alla finale fatica di palare, alla quale certo non anelavano. Ma il taccone ghiacciato si proponeva di rimanere lì fino al Rabadan e gli eritrei fino a chissà quando, a far niente, come diciamo noi mentre guardiamo la neve. Quindi, hop.
– Meglio che cadere dalla barca – mi fa uno.
Ho pensato: “Se le dita gli diventano blu per il freddo non si vedrà tanto”.
L’operaio in tuta arancione aveva i guanti, almeno.

gene

Postilla
Fèe vii néu e mazzèe sgénn l’è lavor inutil
Detto Popolare


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