
(…) Damian la guardò con l’attenzione che non le aveva ancora riservato, si era concentrato sulla voce meccanica e sulla bocca, come ipnotizzato. I capelli della donna, cinerei e fuori moda, circondavano un viso coperto da un pesante strato di cerone. Pitturate di certo con lo stesso rossetto usato per la mano, le labbra stavano immobili, come se le parole uscissero da altrove, anche se a lui pareva avervi scorto fremiti. Il vestito rosso e aderente la fasciava dal collo alle caviglie, delineandone la magrezza, il petto sfiorito, i fianchi spigolosi. Età indefinibile, tra trenta e cinquanta, rifletté senza dare importanza a quel pensiero, ma osservando che, nonostante fosse inverno, non portava scarpe e che le unghie dei piedi erano dello stesso colore del vestito e delle labbra. Strinse forte il calcio della pistola.
– Non essere sciocco con quella pistola. Torna ad ascoltare, ascoltare è consolazione, che in questo momento è anche più della conoscenza. Sono qui per te, anche se non lo consideri un onore e in un certo senso non lo è, anche se non ti appassioni ai miei vecchi inganni e certo non cadrai in tentazione per questo corpo preso a prestito. (…)
(…) In un giorno di febbre, forse tre anni fa, ricevetti le ultime visite, tra delirio e lucore di mente. Il mondo era già cambiato e per me si erano aperte, per rinchiudermi, le porte del manicomio. (…)
gene
Postilla
Finalmente La partita vedrà la luce. Ancora un po’ di pazienza
g.
