La partita #7

carèe ventivi 222
La Carraia Ventiva spaccava i prati in verticale e dai muri s’assiepavano visi fino al fondo della discesa. Il feretro sbucava in curva dalle ultime case in cima e avanzava dritto nell’estrema corsa, ripida e trattenuta a passo. Gli sguardi salutavano muti e poi indugiavano tra le pieghe nascoste di giovani vedove, nei dolori composti, nello strusciare di suole. Silenzio d’aria spezzato in sottofondo da litanie e singhiozzi. Da dentro era uno stare nell’onda, da fuori nella veduta di una risacca compunta.
Quando i funerali partivano dalle case dove si vegliava, il rito era sempre lo stesso, con quel viaggio che di volta in volta proponeva nuovi interpreti, inediti o ripetenti. Chi stava in fila oggi, posava dietro i muretti della Carraia Ventiva ieri o ieri l’altro. E domani chissà. Le morti scambiavano i ruoli ai vivi e in quel breve tratto erano esposte tutte le maschere, dalla compassione all’ipocrisia, nel manifestarsi collettivo della perdita finale. Gli abiti, gli stessi sia di qua sia di là. A sera, il vento tornava a ripulire la Carraia, fischiando nenie tra le pietre dei muri e concludendo la partita.

Il maestrale d’autunno sospinse Damian a oriente oltre la cordigliera, verso la pianura. Un interminabile viaggio da fuggiasco, con l’animo scosso e i sensi vigili. Ogni passo in avanti era allontanarsi da ciò che stava dietro, fino a quando parve non esistere più. Come se la pianura lo risucchiasse con il suo vuoto, per accogliere l’inquietudine e disperderla nella sua sterilità. Quando giunse in vista del villaggio sconosciuto, si era mondato e sperò che lo stesso sarebbe stato nel cuore rabbioso di coloro che aveva lasciato alle spalle d’improvviso e per sempre. Attraversò la piazza nel mattino freddo di settembre, imboccò la strada orientale che tornava di nuovo nei campi, con la sensazione che qualcosa attendesse. Ma forse era solo il vento alle spalle che spingeva.
(continua)

gene

Postilla
Estratto de La partita – Romanzo

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