Verso le cinque e mezza, quando il sole è già andato eppure siamo quasi all’estate, il Saverio arriva al campo direttamente dall’officina, con le salopettes. Si mette in una delle due squadre e all’altra vanno in cambio tre giocatori, altrimenti, a parità di numero, finisce malissimo con una valanga di gol di differenza. Abbiamo circa dodici anni, qualcuno dieci. Il Saverio ne ha quindici e quando scatta palla al piede gli risuonano nelle tasche viti chiavi e bulloni dimenticati lì dal suo lavoro. Ma non è neanche quello a stordire: sono i suoi piedi a tintinnare, scarponi con la punta in ferro, aiutati dalla forza che noi ancora non abbiamo e chissà mai se avremo. Arresta, scarta e tira. E quasi sempre è gol, a meno che uno di noi passi per caso sulla traiettoria e venga colpito, salvando il salvabile con il culo degli ignoranti.
Il Saverio era arrivato a Preonzo che aveva già undici anni, precipitato come un alieno nella nostra quarta elementare. Alfabeto mozzo, numeri ammucchiati, si portava dalla Calabria un esotismo sconosciuto, come il nome del suo paese, San Giovanni in Fiore. Con la brutale cattiveria dei bambini, il solo modo per fermarlo era deriderlo, col rischio di prenderle, ma neanche tanto perché il Saverio era buono e spaesato al punto da non immaginare ritorsioni. Ma questa sua figura di emigrante degli anni Sessanta, quando gli italiani erano guardati a dir poco male, affascinava. Così tanto che, per suggestione, lo soprannominammo Crocetta, che stava per analfabeta. E invece imparò, in fretta e bene, scuola e mestiere. Quando all’ennesimo e sciocco “Crocetta” mi appioppò uno schiaffo la smisi, anche perché arrivò di corsa mio padre e mi rifilò a sua volta un calcio in culo come supplemento.
Cominciò presto a lavorare, il Saverio, come fabbro e da lì si precipitava alle partite dell’imbrunire, quelle di cui sto dicendo adesso.
Non è più Crocetta da tempo, parla dialetto come noi e lo chiamiamo Savìtt, che ormai è dei nostri. Si spera sempre di averlo in squadra e fa niente se gli altri hanno un Meme, un Denco o un Leti in più: il Savìtt sbaraglia.
Mio padre mi ha detto che si potrebbe mandarlo in prova all’Inter, che già ci aveva provato il Jacobelli che vale la metà del Savìtt.
Non succederà, anche se il Savìtt a sedici anni già giocherà con gli adulti. Non succederà perché noi siamo proprio ai confini del mondo come la Calabria e il Savìtt si spaccherà un ginocchio e fine del calcio.
Ma uno così, a Preonzo, non c’è mai stato e mai ci sarà.
gene
Postilla
La vita è l’infanzia della nostra immortalità.
Goethe
