
Il maledetto mi aveva lasciata e da tre settimane non facevo che strisciare contro i muri, rientrando dal lavoro, mai prima delle dieci. In quell’autunno buio, in ogni senso, non avevo più certezze. Una facile preda per qualunque imbecille con intenzioni peggiori di quello precedente. Volevo evitare ogni incontro, anche casuale. Le mie inarrestabili voglie erano così forti da prosciugarmi il sangue. E in quelle condizioni, mi sarei offerta a chiunque. Prendendo a pugni la mia fragilità con la forza della paura, attraversavo vicoli osceni fino alla porta di casa, con la toppa che si faceva ogni volta più piccola per il tremore. Una volta dentro, con la schiena gelata, mi spogliavo in corridoio e infilavo la doccia. Acqua e dita sul grilletto. Mezzora dopo dormivo.
Si chiamava Angelo. Maledizione al suo nome e a lui, che mi aveva insegnato l’amore a quarant’anni e un po’. Carezze in luoghi che altri avevano evitato con indifferenza o forse ignari, parole sconosciute, promesse vere come il cielo. Fece svanire la solitudine della vagina con una dedizione agli avambracci e agli incavi delle ginocchia, accompagnando le sue labbra sui miei seni, soffocandomi nel mio stesso desiderio. Mi rigirava prona e in balìa dei sensi, mi stringeva i polsi con la forza dolce della morte e passava il suo petto sulla mia schiena inarcata, come a mettere la vela alla barca. Appena il timone intuiva la rotta, già venivo scomposta in cento frammenti, perduta in un mare abbagliante che mi accompagnava nel sonno.
Quando non volli più altre donne tra noi, mi lasciò un biglietto inchiodato all’uscio e sparì.
Non lo cercai e cominciai il lutto, strisciando contro i muri e sopraffacendo me stessa nei vapori della doccia, immaginando donne e uomini accanirsi su di me, davanti, dietro, in bocca, in tre alla volta, in quattro, in dieci. Volevo essere la puttana che il maledetto Angelo aveva voluto per sé. Ma senza di lui non ero pronta.
Le cose sono cambiate. Un tipo sulla cinquantina l’altra sera mi ha fatto bere. Mi era tornata un po’ di sicurezza, abbastanza per pensare che non sarei stata una preda. Mi ha abbordata al bancone, mi ha offerto un gin-tonic. Senza nessuna resistenza, ne ho bevuti altri tre e quando siamo usciti mi ha scopata sul cofano gelido di brina della sua auto. Mi sono abbassata i pantaloni fino ai piedi, allargando le ginocchia per farlo passare. Lui è venuto presto e io non avevo ancora cominciato. Ho finito a casa, da sola.
L’ho rivisto ieri, al cesso del pub. Mentre spingeva con foga io mi sono stritolata fino al massimo. Non avevo bevuto. Intanto che mi rassettavo, ha infilato cinquanta franchi nel perizoma. Avrei voluto ucciderlo, ma era già sparito. Sulla strada di casa, mi sono stretta tra le mani quella banconota.
Stasera ho invitato a casa uno piuttosto giovane. Al pub insisteva a guardarmi le tette, che tenevo esposte. Ho finto di credergli quando mi ha detto che non dimostravo la mia età. In effetti sono sinuosa e soda, con pochi segni sul volto e i capelli morbidi. Ma al pub la luce è bassa.
In piedi al bancone, di sfuggita, sorpresa da me stessa come se fossi un’altra, gli ho toccato la patta, stringendo delicatamente. Come un riflesso, è salito con la sua mano sotto la mia gonna. L’ho lasciato fare per dieci secondi, poi l’ho respinto. Ha ordinato da bere. Abbiamo provato a parlare di banalità, lavoro, musica. Mi ha detto di avere una ragazza che non lo capisce (che originale!). Non ho replicato.
Sono salita a ballare da sola, un vecchio mi si è piazzato davanti e io mi sono un po’ dimenata. Quando ha allungato una mano, sono scesa. Il giovane era nervoso.
Siamo stati in silenzio una decina di minuti.
Poi gli ho chiesto se aveva voglia di scopare. Lui ci ha ricamato un po’ su, ma quando l’ho incalzato ha detto sì.
In taxi, verso casa mia, gli ho proibito ogni contatto con la scusa che non mi piacciono le porcate in auto. Mi sono masturbata senza che lui se ne accorgesse, mentre guardavo fuori dal finestrino. Sul vetro appannato ho disegnato un fiore. Con lo stesso dito.
Il giovane steso sul letto, nudo, bello. Ancora vestita, gli ho sfiorato avambracci e incavi, l’ho girato e rigirato, gli ho fatto un pompino fugace, solo accennato, interrotto. Poi sono andata in cucina. Non mi ha seguita.
Sono rientrata nuda, senza spegnere la luce. Mi ha guardata, forse mi ha trovata meno bella di quello che credeva, ma era necessaria una prova per andare avanti. Duro e ritto, si è alzato, mi ha afferrata, mi ha volteggiata come una ballerina di tango e poi mi ha presa da dietro, schiacciandomi contro il muro. Ho tentato di divincolarmi, ma braccia e gambe si sono indebolite sotto le contrazioni del mio piacere che saliva dalla pancia alla gola. In completa sottomissione, sono scivolata a terra, carponi, e lui alle spalle, a trattenermi per i polsi mentre andava avanti e indietro. Nemmeno il maledetto andava così a fondo, riempiendomi. Il giovane è venuto all’improvviso, strattonandomi per le braccia. Poi è uscito.
Sono rimasta nella stessa posizione per un minuto, cercando di orientarmi dopo la forza estrema a cui ero stata costretta. Quando mi sono alzata, lui era di nuovo steso sul letto, con quell’aria apatica di chi non ama. Ma del resto non amo nemmeno io, cosa voglio? Mi sono messa a cavalcioni sulla sua faccia. Mi ha oltraggiata come desideravo, e intanto pensavo a cento mani su di me, di uomini e donne.
Dieci minuti dopo, senza una parola, ci siamo rivestiti. Come d’accordo mi ha dato cento franchi.
Sono pronta, lo sapevo. Mi piace.
gene
Postilla
Tu sai che lo desideri e sai che lo vuoi fare e che nulla te lo impedirà. In questa fase nessuno dirà nulla che possa cambiare qualcosa.
Philip Roth
