Un viaggio patagonico tra ferraglia indecente e declivi cementati. Il povero treno accoglie Janos dopo il bus snodabile. Intercalati da passi camminati in sottopassaggi e asfalti, gli attimi viaggiano fotografando il disastro. Tutto è posseduto: i fiumi, le colline, le betulle, i cervi, le piazze, le fontane e i prati sono catturati e assoggettati all’uomo bianco, alla stregua di automobili, telefoni, vestiti, scatolette e bottiglie. La terra non è più terra, ma terreno: edificabile, coltivabile, recintabile, dissodabile, acquistabile, vendibile, inquinabile, espropriabile. 
Viaggiando a sud in treno, Janos occhieggia torrenti infossati nel cemento di capannoni precari e, in molti casi, già dismessi e lasciati lì a marcire.
Usa e getta, getta e nascondi, sporca e inquina, invadi e possiedi.
La grande città agonizza con la testa nel lago, tra cantieri delinquenziali e strutture gelide. Si vede il Lac, orrenda propaggine che fagocita la resistente creatività per vomitare eventi luccicanti e conformi. Colonne di altra ferraglia intasano l’autostrada, quello sfregio al mondo per favorire la nevrosi da viaggio verso il niente.
Generoso che guardi con la tua corona di cartapesta che si chiama Fiore di pietra, e assomigli a un indio amazzonico che i bianchi con sciarpa bianca hanno fatto re per la loro ilare gloria: provi vergogna?
Al confine, una città venata da binari ormai dismessi, con il ricordo del contrabbando come epica di scambio. Janos scende alla fine del mondo, una Ushuaia derelitta, conquistata e abbandonata. Alla dogana si suona come a un matrimonio, senza sposi e senza padri. Senza figli. Terra del rogo.
gene
Postilla
La terra alla terra
g.
