tuttologia in direzione contraria

Pretoldéi express

Tieni a mente i nomi, la cartina non serve, dice Janos alla figlia Jorja.
Cens, Bens, ai Moort come Reggio, Liverpool, Nashville. E poi Peurét, Garerésc, Forcariit (Jugoslavia, Polonia, Ungheria). Infine Mot e Pretoldéi, come Puerto Natales e Ushuaia. Terra del fuoco.
Jorja pensa che il padre sia fissato con la poetica delle cose. Ma poi comincia la marcia, impervia, e la fatica si fa cadenzata come il tempo di una canzone.

Bens 2018 2

Quando nella nebbia di Bens vede agitarsi fantasmi di betulle scacciati da un sole muscoloso, Janos aspetta di scorgere le ginestre in fiore, quel mare giallo della giovinezza, e mentre si prepara ad assaporare ricordi ecco che il declivio appare brullo: le ginestre giacciono a mucchi grigi e rinsecchiti, tagliate da pastori indifferenti. Prato per le pecore del cazzo. Non sa spiegare a Jorja quello che era e allora sta zitto e ricomincia a marciare a testa bassa.
Si addentrano nel bosco di abeti. Ne escono solo per attraversare i Moort, breve radura così chiamata perché si giunge stremati, dice Janos. La figlia conferma, è così. Ancora abeti, poi larici, poi pascolo: Peurét. Mangiano. Da lontano si immagina il fiordo del lago e più su il Visagno, il volto dissimulato (direbbero i Nostri) da una sciarpa di nuvole. Il Visagno ribelle.
Si apre l’orizzonte, la grande traversata. Garerésc tra sassi diroccati con alcune parole in rosso e capovolte. Poi resti di slavine: neve, tronchi scarnificati come braccia al cielo a chiedere tregua, larici inclinati dal vento, pietraie, acquitrini, torrenti. Sete: acqua da neve. Fame: formaggio e salame. Il cammino si dipana pianeggiante e sinuoso. Poi pioggia gelida e riparo sotto un abete imperterrito. Jorja pensa che la fissa del padre per la poetica delle cose abbia forse un senso e subito si alza strepitando una pernice. Spiove.
Forcariit ai piedi del mantello scuro che porterà sul dosso, Forcariit deserta e scampata per miracolo alla slavina che al suo fianco ha spezzato piante e intralciato cammino. Scavalcano, Janos e Jorja, e salgono, schivando sterco fresco (merda, ocio, ocio, merda), forse di un cervo che starà sicuramente appostato lì nei pressi, infingardo.
Scollinano: Mot. Mentre Janos mangia nel rifugio di pietra, Jorja va in fondo al prato per osservare la croce. Poi torna e dice: volevo fare qualche foto, ma c’era sempre in mezzo quella croce. E aggiunge un complemento al concetto.
Mot è Puerto Natales, e resta solo una pista larga e pianeggiante. La percorrono.
E infine, Pretoldéi, con i suoi dirupi a picco sull’oceano e sopra le teste i pascoli. Da lontano si vedono le pecore e i lama, conviventi inattaccabili. Le Ande si gettano nello Stretto di Magellano. Janos e Jorja si scaldano al camino della capanna, mentre risuonano grandine e vento. Non hanno avuto bisogno della cartina.
Prima di dormire, rifanno pezzi di mondo con il guardiano della capanna e sono soddisfatti.
Il mattino luminoso della Terra del fuoco immortala Pretoldéi negli occhi di padre e figlia. Ora di tornare. Janos ritrova un senso pratico nello snocciolare di nuovo i nomi delle terre attraversate a ritroso: Mot, Forcariit, Garerésc. Peurét. Ai Moort.
Sento il profumo di Bens, dice Jorja.
Bens… Le ginestre pietrificate, le pietre malferme del tetto, la fontana sbrecciata, gli aceri immensi, l’ombra, la malinconia, il passato.
Janos no, non lo sente il profumo. Chiude la corazza e osserva Jorja. Gli occhi diafani della figlia, aperti sul mondo, con la poetica ritrovata del viandante che non ha niente, contento di appartenere al mondo.
Janos pensa di aver fatto qualcosa di buono. Pensa di amare sua figlia. E Jorja comprende quell’uomo che veleggia sempre tra l’afflizione e la contentezza.
Il viaggio non finisce mai. Tieni a mente i nomi.

gene

Postilla
La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi.
Bruce Chatwin


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