Con la Sandra ci eravamo già sposati almeno cinque volte, anche se l’ultima risaliva a quattro anni addietro e ora che compivo quasi i dieci anni non erano le cerimonie nuziali a interessarmi ma i mondiali di calcio, seppur per l’interposta passione di mio papà. Lo zio Giglio, che era anche mio suocero plurimo, nonché padre della Sandra, mia cugina e sposa, ci aveva invitati a vedere Germania Ovest – Inghilterra alla televisione, che lui l’aveva e noi no. Nemmeno sapevo dove fosse l’Ovest e ancora non avevo eretto muri personali.
Sullo stesso divano dove si accovacciava la zia Liliana in qualità di prete, guardavo quelle immagini a colori in fiamme senza capire niente di tattiche e nazionalismi, ma cosciente che in piazza sotto i platani giocavo bene almeno come quelli dentro la televisione. La televisione – che i puristi chiamerebbero televisore, parola troppo ricercata per noi dialettali accaniti – mi aveva proposto fin lì: tivùspot, Un’ora per voi agghiacciante dove la testa di Corrado veniva trasportata su un vassoio, vaghi notiziari. Sempre in casa altrui o al bar con mio padre. Era un mondo neanche analogico, il mio, piuttosto pleistocenico, di rane e bastoni. Le adesioni alla comunità dei grandi erano sedersi alla stessa tavola per mangiare e i matrimoni con la Sandra, reiterati in ginocchio con i centrini a cruscé sulla testa e sulle spalle a fare sacralità.
– Vuoi tu prendere per sposo il qui presente Giorgio? – chiedeva la zia Liliana, in spregio all’impossibilità per le donne di fare il prete.
– Sì – rispondeva la Sandra, dall’alto dei due anni in più del promesso.
– E tu Giorgio, vuoi prendere la qui presente Sandra come tua sposa?
Silenzio (e chissà se già intravedevo la prigionia).
– Dis sì – mi suggeriva paziente la zia.
– Dis sì – ripetevo allora, ormai convinto.
E così eravamo coniugi, almeno fino all’anno dopo, quando il rituale si ripeteva senza che nel frattempo fosse intercorso un divorzio, a meno che fosse considerata tale la sequela di angherie e i dispetti reciproci.
Quella sera della partita a casa dello zio Giglio e della zia Liliana eravamo dunque ormai sposati da tre o quattro anni e pur non avendo ancora figli io e la Sandra andavamo avanti con il solito tran tran coniugale: spartizione forzosa degli zibak e dei budini, liti furiosissime sui dischi da metter su, tentativi di annegamento da parte sua, bastonate da parte mia. Le solite cose.
Per finirla qua, dico che vinse la Germania e un po’ mi dispiacque, ma chiaramente non so ancora adesso perché. Ah no, ora ricordo: la Sandra si era messa a tifare per i tedeschi nella speranza che io mi appostassi sul versante inglese e così fu. Sono certo che a parti invertite avrebbero comunque vinto i suoi.
Al momento di andar via, con una parvenza di muso per l’indelicatezza della mia ormai vecchia sposa dodicenne, con un ultimo slancio di gentilezza dissi alla zia Liliana che le avrei chiuso il cancello del giardino sennò sarebbero entrate le mosche. Vedendo la Sandra che si buttava in terra dal ridere mi resi conto che tra noi non ci sarebbero stati altri matrimoni, almeno da parte mia. E basta.
gene
Postilla
Il matrimonio è la causa principale del divorzio
Groucho Marx
