
Infuria a centrocampo la lotta e tu ti guardi i piedi, come poco prima, quando suonava la musica e ti passavi la mano sulla fronte a lenire pensieri. Chissà quali, forse il desiderio di un campo di grano. La partita ti passa accanto e tu cammini sperduto con la tua bella maglia a strisce bianche e azzurre con il prestigioso numero 10 stampato sulla schiena. Le tuniche nere degli avversari si stringono nei territori della difesa e non passa uno spillo, poi partono nelle praterie di caccia. Ti sorpassano, ti sorvolano. Ogni tanto, per farti ricordare che ci sei, ti danno uno spintone o una pedata, per svegliarti dal tuo camminare ipnotico. Non senti la folla che dagli spalti ti invoca. La sola presenza che avverti è quella di tuo padre Diego, che se anche non lo vedi, affossato in un seggiolino in cima alla tribuna grande, ti tormenta l’anima con il ricordo delle sue gesta. Da lontano, dopo un’ora di limbo senza affetto, vedi il tuo portiere che impazzisce, colpisce la palla come se fosse un secchio e l’avversario con la tunica nera la butta in rete. È finita e lo sai, verranno altre due punizioni dai due rivali più forti, ma tu sei già lontano, in una qualche patria che ti sembra di non riconoscere più e in campo trascini le tue spoglie. La tua maglia, alla fine di tutto, la regali e non è nemmeno intrisa di sale. La tua barba da Ulisse non serve più, Itaca non esiste e il tuo equipaggio è frantumato dagli avversari, mirmidoni dalle nere vele.
gene
Postilla
Colui che più possiede, è colui che ha più paura di perdere
Leonardo da Vinci
