tuttologia in direzione contraria

Los Charrúas hanno guerreggiato contro invasori spagnoli, portoghesi e missionari, oltre a vedersela e a suonarsela con le altre popolazioni vicine. Non sono mai stati pacifici, non sono mai stati lasciati in pace. Oggi portano in giro una maglia celeste che sembra dipinta sulla pelle, hanno il sole nella bandiera e credono fermamente nel nome del loro paese inventato, Uruguay. Emigranti europei, indigeni, confini e nomi continuamente fatti e rifatti, a tavolino e in risse da pampa, hanno costituito questa piccola nazione e uno spirito di appartenenza inscalfibile. charruas
Ai Mondiali di calcio hanno sempre fatto tremare tutti, con le buone o con le cattive. Ne hanno vinti due, più due Olimpiadi e quindici volte la Copa America (nessuno come loro). Il Maracanazo del 1950 fu un colpo al cuore del Brasile e Obdulio Varela è ancora oggi un padre della patria e un simbolo di resistenza calcistica studiato in tutti i peggiori bar del mondo.
In questi giorni mondiali hanno inventato l’uno-due più lungo del mondo: Cavani lancia la palla dal vertice di destra di metà campo per Suarez, in agguato dall’altra parte a cinquanta metri di distanza, e poi si mette a correre verso la porta portoghese; intanto Suarez dribbla un avversario e poi la passa alta in area, sul secondo palo, dove Cavani la raccoglie in piena velocità e segna di testa. In questi cinque secondi c’è l’essenza del calcio e di un modo di essere.
Commuovono e coinvolgono tutti noi romantici, anche se loro, los Charrúas, si concentrano nel gioco come nessun altro al mondo e hanno la tenerezza dei dinamitardi.
Cosa possono dunque temere dalla Francia-chouette? Ma sì, che faccia un gol, al massimo due, magari col corredo di mosse e mossette. Poi però toccherà ai Charrúas della Celeste guidati dal Maestro Tabarez in stampelle e finirà che il fare varrà più dell’ottenere.

gene

Postilla
Sicché piantò gli occhi grigi, neri, bianchi, rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio, e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore, senza rivolgere una parola a nessuno, e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile.
Osvaldo Soriano (Obdulio Varela – Il riposo del re del centrocampo)


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