tuttologia in direzione contraria

Il ghiacciolo

ghiaccioli italiani

La nonna del Nandel ci diceva: Tajei vii la croscto, ch’i ramini i form in di vagoi. Ma noi la crosta non la tagliavamo via e il formaggio ce lo spazzavamo correndo tra i ciottoli, per non perdere tempo, come alla Roubaix. Ci fermavamo solo per i ghiaccioli, che probabilmente, secondo la nonna, li producevano alla Petrolchimica e ci avrebbero condotti alla tomba prima della cresima. Siamo ancora qua, il vaticinio della nonna non è andato a segno. A sparire sono stati i ghiaccioli, a mazzi, a pacchi, a chili. Non si scioglievano nemmeno sotto il sole di luglio, ingurgitati ad alta velocità. Arancioni, bianchi, gialli, rossi. Arrivarono anche quelli verdi al pistacchio e quelli viola ai mirtilli, ma erano roba troppo sofisticata per due come noi che giravano con gli stivali di gomma anche d’estate, in previsioni certe di acque e torrenti da esplorare.
Il ghiacciolo bianco al limone era secondo solo al misto del Venturini, spalmato tra due cialde in piazza, direttamente dal furgoncino magico, una delle poche cose del mondo adulto che aveva il potere di paralizzare giochi e dispetti.
Quando qualcuno in modo avventato ci chiedeva cosa volevamo fare da grandi, il Nandel e io non avevamo che una risposta: far niente e mangiare ghiaccioli (far niente era da intendere come “far come vogliamo”, mentre mangiare ghiaccioli era il lavoro inteso non certo come dovere).
Impiastricciarsi le fauci con formaggio e ghiacciolo era il top delle giornate d’afa. Mi chiedo come si possa farne a meno, virando su odierne attività infantili come il balletto o la scuola calcio. Mah.
Tutto questo solo per dire che adesso vado al Quadrifoglio e vedo se hanno un ghiacciolo o due. Penso di no. Visto che il Venturini di qua non passa, semmai ripiego sul formaggio con la crosta, che ha sempre il suo perché. Il Nandel non so.

gene

Postilla
Il gelato è squisito. È un peccato che non sia illegale
Voltaire


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