La sedia all’ombra

11 agosto 2018

Janos aveva scattato la foto per trattenere l’impossibile, l’ombra cullata dalla brezza nelle fronde del frassino, o per immaginare il futuro.
Avevano mangiato in giardino per la prima volta e subito era sembrato di stare in un aia di tempi remoti, sotto i peri. Vino bianco e pomodori, formaggio di pecora e cipolle, insalata e gazpacho per il dissetare andaluso. Il frassino, qualche tempo prima, si era salvato dal taglio che si considerava necessario alla modernità. Cosa ne facciamo di questa pianta ingombrante e che non dà nemmeno frutti? Janos aveva proposto di no e a furia di dinieghi l’aveva avuta vinta.
Ora, Janos roteava la grappa nella tazza sotto lo stormire delle foglie e nella dolcezza dell’estate, quella del riposo nel meriggio, non quella degli intasamenti da spiaggia o d’autostrada.
Ricordava.
L’aia della casa di Claro, certo, e il patio di quella di Preonzo, lontane nel tempo e nei luoghi. Nonni e zii, cugini e cugine, sorelle e mamme, padri. E lui piccolino che già innestava su di sé la dolce malinconia dell’inafferrabile, lo spirare d’aria e il fruscio di leggerezze.
Anche adesso, Janos indagava quella nostalgia del presente, dell’attimo che è già passato mentre si presenta. Ma non si fece sopraffare, ormai esperto di fugacità. Eppure, provò lo stesso a scattare la foto, sicuro di non trattenere niente o, peggio ancora, di mortificare suoni e odori che in un apparecchio non entrano. Forse scattò per un’imprecisata idea di qualcosa che doveva venire, proprio lì in quel riquadro, su quella sedia vecchia e impagliata. Ma riguardando la foto nell’immediatezza digitale, non vi scorse nulla, nessun segno, nessun presagio.
Lo stesso schermo su cui stava guardando la foto gli balenò in un messaggio.
Ciao Vecio, la mamma mi ha appena fatto sapere che purtroppo lo zio Luciano ci ha lasciati questo pomeriggio.
Ecco.
Ecco chi c’era su quella sedia all’ombra del frassino.

gene

Postilla
Ti te fa quaicoss da pratich, mi a strusi scartofii tut el dì. Te capiss…
L.G.

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