tuttologia in direzione contraria

La Macchina

macchinario

Avevano regalato una Macchina a ciascuno, comodamente pagabile in due anni, il tempo giusto per renderci conto di come avremmo lavorato meglio. Con pochissima spesa, ce ne avrebbero consegnata una nuova, più avanzata. Se poi non avessimo potuto pagarla se la sarebbero ripresa con una piccolissima penale e amici come prima. La Macchina era affascinante, potevamo fare da soli cose che prima ci toccava fare in dieci, risparmiando tempo, discussioni e riunioni. Il prodotto delle Macchine migliorava il presente, allontanava il passato faticoso e prometteva un futuro di comodità. Solo che di giorno nelle strade e nelle piazze non girava più nessuno, tutti presi al funzionamento della propria Macchina. Dopo un certo tempo, anche la sera era spopolata e noi cominciammo a stare a casa per produrre di più con la nostra Macchina personale. Avevamo il nostro destino in mano e ci importava poco di condividerlo con gli altri: potevamo comprare tutto con molta più disponibilità di prima, senza dover scambiare merce o, peggio, indebitarci moralmente per il mutuo soccorso.
Dopo un anno di grande produttività, le merci erano però diventate più care. Ma ne valeva ancora la pena, pensando alle carestie dei nostri antenati. Andammo dunque avanti sulla strada privata del prodotto e del consumo. Ci comunicavano che le cose stavano andando bene, avanti così. Ma io ero un po’ stufo della Macchina, mi pareva che pretendesse sempre di più e togliesse tempo per me.
Quando passarono i due anni riconsegnai la macchina e pagai la penale, cosa che prosciugò il mio conto. Poco male, mi dissi, cercherò qualcuno che abbia rinunciato alla Macchina e riprenderò a scambiare. Ma sembrava che tutti avessero scelto il nuovo modello di Macchina. Trovai una decina di vecchi amici e provammo a riprendere i vecchi mestieri, ma dopo qualche mese ci rendemmo conto che ciò che noi producevamo con fatica necessitava un tempo dieci volte superiore a quello impiegato dalla Macchina. Cominciammo a litigare, ormai era difficile trovare compromessi, abituati come eravamo alla perfetta solitudine decisionale della Macchina. A un certo punto, restai solo: gli altri tornarono alla Macchina, una nuova versione più costosa.
Proibirono l’elemosina, tolsero le panchine dalle piazze, misero recinzioni. Ormai non avevo più niente, mi ero indebitato e tutti mi fuggivano o mi inseguivano. Dovevo decidere in fretta.
L’aria era invasa dal ticchettio della Macchina, dei milioni di Macchine. Un suono ritmico al quale si accordò il picchiettare del congegno a orologeria che mi ero procurato nelle catacombe dove ormai sopravvivevo con altri emarginati. Scoppiò verso le dodici, davanti al Palazzo e all’altezza del mio addome.
Non so se questo sia il Paradiso, ma di Macchine non ce ne sono.

gene

Senza alienazione, non ci può essere politica
Arthur Miller


Una replica a “La Macchina”

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