
Noi diciamo.
Noi non possiamo sapere, non possiamo comprendere, non possiamo accogliere.
Noi che non siamo mai stati in guerra, che non siamo poveri, che non scappiamo, che abbiamo più di quel che basta.
Noi che abbiamo un lavoro, una casa, un giardino, un bar, un ospedale, un dottore, un divano, un solarium, una palestra, un cimitero.
Noi che guardiamo i nostri figli andare a scuola, noi che sappiamo che torneranno, noi che prepariamo la cena alle mogli, noi che ci sediamo a mangiare le pietanze preparate da altre mani, noi che ingrassiamo.
Noi che chiamiamo, che andiamo in bici, in auto, in treno, in aereo, perfino in elicottero sui monti a riposare o a cacciare o in barca a pescare.
Noi che vogliamo essere accolti, in società, al lavoro, in famiglia, in parlamento, in governo, allo stadio, in famiglia, dagli amici e dagli animatori del villaggio-vacanze.
Noi che vogliamo comprensione per le nostre debolezze e malattie, per i nostri sbagli e per i nostri amori, per i contrasti e per le idee, per le nostre tare e per i nostri vizi, per l’educazione e la maleducazione, per il cattivo odore.
Noi che vogliamo sapere che tempo farà domani, cosa dobbiamo fare, per chi votare, a che ora rientreranno moglie marito figli e quando se ne andranno.
Noi che vogliamo sapere che ora è, quanto ancora ci resta da riposare, lavorare, dormire, vivere.
Noi che vogliamo comprendere le invidie degli altri, le maleparole, gli inganni, i tradimenti, i voltafaccia.
Noi che controlliamo il tempo, in cielo e sui quadranti, noi che telefoniamo a casa, agli amici, ai colleghi, ai parenti, ai sacerdoti.
Noi che andiamo a teatro, al cinema, alla partita, a messa, in vetta, al mare, al lago, all’obitorio.
Noi diciamo.
Noi non vogliamo sapere, comprendere, accogliere.
Noi chiudiamo le porte
Noi che ci facciamo prigionieri.
gene
Postilla
Il rumore di passi di visitatori è una medicina; guarisce i malati
Proverbio africano
