Cantami o musa dell’infinito viaggiare
dall’Abisso alla Zucca, per fiumi e per monti.
Ch’io vidi attrazioni di cuori in fermento,
come uccelli rapaci dall’occhio implacabile,
preparàti a colpire altri cuori in oblio.
Bocksten sepolto con tre pioli nel petto
e pronto a rinascere quando Peter e me
dissepolto l’avessimo e ascoltata la voce.
Di bronzea corazza l’avremo vestito,
di parole poetiche l’avremo risorto.
Prendemmo ancora le concave navi, prua azzurra,
volgendole all’isola impervia che attende ai suoi doni.
Dalle Tracce scandinave alle Carte d’Insubria,
canzone finale dell’amato Rolando,
a rievocarne colori, e linee nell’acre operare.
Altre carte al colmo di scale si vedono ora,
gradini di un porto che le navi dipinge
nel chiarore di Aurora, le dita rosate,
e crepuscolo in fumo di polvere nera
che nel cielo indicato le carte scompiglia.
Viaggiare è il momento, immemore è il conto
di quanta acqua è passata e quanta ancora cadrà,
o se impressiona nei quadri tricefala Niska, la dea.
Chiedi, reclama risposta alla Polvere nera:
di Giuseppe le fiamme e di Umberto l’istante.
Come rovente lucifera la caverna fiammata,
anche l’anima in ferro si fonde e deposita cenere,
libertà si divarica anelante d’origini
alla strenua Difesa della natura di Beuys,
di nessuno la Terra da scambiare con Cuba.
Vedemmo tra i flutti scogliere d’argento,
ordinate in flaconi di veleno riempiti
da spandere a poppa come germi di grano.
Pozioni penose ma è questo che andava
per sciogliere gola e la mente oscurata.
Nere le vele dell’agile nave, prua azzurra,
d’improvviso gravata e strozzata dai grumi,
incagliata tra i ciottoli bianchi del fondo
nel fiume allarmato, che mesto sciacquava
la bronzea piastra, Continente in deriva.
Avvinghiati alla Torre guardiana piantata
tra i noccioli aggruppati del Nomade Campo,
labirinti irrisolti come all’Overlook Hotel,
l’Albero della vita trovammo nella vita degli alberi:
si pettinava le Foglie dorate al favonio del nord.
Venti anni dopo, nel guardare l’Abisso,
o è l’Abisso che ti scava via gli occhi,
dodici uomini e un’assenza in cenacolo
tolgono i veli ai Buoni e ai cattivi:
è Colpire al cuore, sconfinata avanguardia.
Vegliata da pastori mortali, Itaca petrosa
s’alza sui flutti al riparo dei torti
che la vita ci infligge sdegnata e selvaggia.
Ma spingere concave navi, prua azzurra, si deve:
ancora remare oltre l’orfana Zucca e oltre l’Ade.
A questo corpo mortale, l’anima pura si indigna,
duecento stagioni e una ancora di splendente delirio.
Itaca sogno nell’estate che affloscia
il candido intreccio di questo sudario,
nelle gocce incessanti che addensano il sangue.
Vi lascio compagni alla Macabra danza:
per mio conto, qui e ora la Partita si gioca.
Non è che se gli occhi io chiudo son morto,
no, un incontro appartato il tempo ancora concede.
Siamo solo noi due: la rossa signora e me stesso.
gene
Postilla
Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato
Omero
