
Il Rolf l’ha buttata lì un giorno che il vento tirava da pazzi: “L’epoca della bettola è finita”. Lo so cosa intendeva, ma non è vero e intendo dimostrarlo. Prima di tutto non è finito proprio un cazzo se non siamo noi a deciderlo, come spiegava il maestro Belushi; poi basta stare lì immobilizzati al tavolino per vedere il mondo che transita, si ferma, guarda e si aggrega, momento dopo momento, eroe dopo eroe. Ci vuole solo pazienza. Non ci si arrende dopo una mezzoretta d’insipienza. No, bisogna resistere per almeno dieci ore, sia che piova o che scenda ampiamente sottozero. Certo, ci sarà sempre il disfattismo di chi si lamenta, per il freddo, per la solitudine, per l’inutilità, per lo spreco. Ma non si ascoltano queste misere cassandre che paventano la mancanza di senso. Come si dice in dialetto, fèe l’endés è una missione e rende, basta vedere come abboccano le galline. Perché l’endés, per i pochi miscredenti che non sanno o non vogliono sapere, è l’uovo di gesso che si pone nella paglia del pollaio per invitare le signore galline pigre a depositare per emulazione l’uovo vero. Funziona sempre, e allo stesso modo agisce l’endés umano al tavolino della bettola: attrae altri orfani e nel giro di quelle dieci ore da lì passeranno e stazioneranno quasi tutti. È vero che si dovranno sopportare indagini sul tempo che fa e che faceva, o digressioni su stitichezza e malanni, roba reale che ammorba la fantasia. Ma poi ci sarà sempre qualcuno a dire che è meglio che non ci sia più la primavera piuttosto di lui stesso, o che qualcun altro dica di essersi cavato la merda dal culo con le dita, ed ecco che si rinvigoriscono le meningi e partono fantasie e panzane, il meglio che c’è in una bettola. Cominciano le estensioni in metri dei pesci catturati o il pallottoliere da figa, aggeggio che frulla le conquiste e le spara nell’universo infinito delle smargiassate (generalmente in un momento di totale assenza di donne, logico). Uno non farà in tempo a dire che ai suoi tempi fece due gol in dieci minuti, che un altro ne conteggerà dieci in due minuti, e avanti fino a raggiungere e oltrepassare Pelé, fischiettando con le mani in tasca. Intanto, il gruppo si allarga e anche le ordinazioni al grido rispettatissimo di “amò om giir”, e si intende un giro di bevande, non certo un giro in famiglia verso chiese o cimiteri. È scienza ragazzi: basta resistere e la cosa cresce a valanga, altro che epoca finita. Ogni tanto suona un telefono da tasca (attrezzo nettamente anti-bettola per il suo petulante richiamare all’ordine da parte di parenti di vario grado, ma tutti subito declassati al ruolo di sconosciuti o di scassacazzi come quelli delle assicurazioni). Sempre meno però: una dopo l’altra le comunicazioni digitali svaniscono e restano sempre più alte, e alterate, le voci, in gara a sovrastarsi senza quasi più contenuti logici o sofismi da ragionamento. Si finisce quando emergere dal frastuono e dal raddoppio della vista diventa ormai impossibile e così si va via. Ma si torna domani. Altro che epopea finita, caro Rolf, che tola: proprio te che rotoli dalla collina e ti incastri al tavolino, depositandoti come un endés nella paglia. Qui non finisce proprio un cazzo! Amò om giir!
gene
Postilla
Non sono mai stato in spiaggia, per arrivarci dovevo passare davanti a un bar e mi sono sempre fermato prima di raggiungere l’acqua
George Best
