XXIII
I parenti alla lontana erano anche lontani davvero. Pochi chilometri, a nord, ma fuori dai nostri giorni. Caricati in macchina, andavamo a trovarli un paio di volte all’anno – una il dì dei Morti e l’altra in transumanza sui monti d’ estate.
Lo zio Adamo, che era zio anche se abbastanza in su nell’albero genealogico da non poterlo raggiungere neanche con la scala a pioli, era un rosso, di capelli e di pelle, non certo di credo politico, dato che in quella parte di albero tutti i frutti erano conservatori preganti. Con lui, un paio di sorelle come conviventi (altre invece sparse qua e là nella Nazione), e tutti quanti senza l’ombra di un sollazzo sentimentale fuori dal cerchio. Neanche sex, temo. Però, con la loro parlata strana, erano divertenti e sempre lì, sulla panca di sasso addossata al muro a guardare la strada dismessa, che le auto ormai passavano più su, da quella nuova che aveva tagliato il paese in due parti, ugualmente brutte. Almeno, davanti alla casa di Adamo e sorelle, oltre la strada, s’apriva la campagna e in fondo, dopo gli ontani, il fiume e il mio paese di là.
Una nebbia di mistero avvolgeva quelle spedizioni. Non capivo niente, solo una specie di affetto obbligato. Non ho nemmeno compreso da quale parte venissero, ma mi pare dalla parte di Odette, il che lascia di stucco, pensando agli stenti infantili della nonna nel trovare un’accoglienza dopo la tragica deportazione dall’Alvernia.
I discorsi vertevano su monti e campagna, in modo vago. Noi non andavamo da loro a far fieno e viceversa. Il che, separava di brutto nei fatti. Però c’era un legame, Odette li amava a modo suo e lo esternava, probabilmente in momenti in cui il ricordo tornava a far male, con frasi tipo: – Chissà quei poveretti?
Ah, come se noi invece fossimo agiati… Ma forse erano poveretti, secondo lei, per la loro fallita ricerca di sposi e spose o per quel cucinino che a mangiarci in tre toccava certamente fare a turno. In un giorno di visita, cadde una brocca già piuttosto sbrecciata, si sbriciolò e ci mancò poco che ne sortisse una guerra per imputarsi la colpa della tragedia. Magari molte guerre cominciano così, cazzo. E mi chiedo: se ci fosse stata una brocca sbrecciata da spartire, come si sarebbero comportati Marta Paolo Giona? Olimpia l’avrebbe presa se non serviva a nessuno, ma l’avrebbe lasciata se solo uno dei tre avesse manifestato un vago senso di appartenenza alla brocca stessa. Avrebbero litigato, sono sicuro.
I tre parenti alla lontana si rassegnarono e ne presero una di plastica, roba d’avanguardia.
Comunque, anche se vecchio e non molto attraente (vedi mancato reclutamento di una femmina qualunque), lo zio Adamo aveva un suo perché e ogni volta che vedo Robert Redford mi viene in mente lui. Un modo come un altro per restare nel mio empireo sgangherato e illusorio, dove Adamo sussurra a cavalli e prende le difese di carcerati riottosi e maltrattati. In sostanza, un eroe, che va in crisi per una brocca in frantumi.
gene
Postilla
Damian porta con sé un quaderno dove ha annotato dolenze e gioie. Effimere eppur definitive. Questo è il quinto capitolo (in totale sono 29) del libro La partita (Edizioni Ulivo), pubblicato nell’ottobre del 2018, un lavoro durato tre anni costellati da ripensamenti aggiunte assemblaggi smontaggi dubbi sforzi e soprattutto dall’addio a Franco Lafranca, al quale il romanzo è dedicato.
Giorgio Genetelli
